Manlio Boutique

L’omosessualità del Lord e la denuncia di sodomia al Primo, raccontata dal fedele innamorato servo, alias Roberto Azzurro

 

Può un incubo essere fonte di felicità?


La Ortensia T dal 6 al 16 dicembre ha portato in scena al teatro Il Primo, l’opera Il servo di Byron, tratta dal romanzo di Franco Buffoni, con e per la regia di Roberto Azzurro. Sono trascorsi sei anni dalla morte di George Gordon Byron e Fletcher, suo fedelissimo servo, ne ricorda la sua figura con “la speranza che un tempo fu”.

Attraverso i racconti senza reticenze e omissis delle vicende personali di Byron, Fletcher (Roberto Azzurro) ci presenta l’immagine di una Londra cupa, morbosa, ostile alla sodomia, punita una volta con la gogna (il condannato veniva esposto sulla pubblica piazza, la testa ficcata dentro dei ferri, con la gente inferocita che gli buttava in faccia ogni genere di rifiuto.

Tale pratica portava spesso alla cecità a causa delle infezioni e successivamente alla morte) e poi con l’impiccagione.

Fletcher ci svela un Byron del tutto inedito, le cui passioni non solo riguardarono donne fatali, bensì soprattutto ragazzi che infiammarono il suo cuore di passione e al tempo stesso ne consumarono lo spirito. Il ritmo della narrazione è scandito per capitoli, ciascuno con un proprio titolo che richiama i paesi visitati da Byron e dal suo “audace scudiero”. I due sono costretti a fuggire dall’Inghilterra a causa delle violente persecuzioni perpetrate dalla legge inglese ai danni degli omosessuali e a trovare rifugio in paesi come la Turchia o l’Italia, in particolar modo Venezia, dove non vigevano barbare usanze di punizione.

Nel 1817 Venezia pullulava di travestiti tanto che le prostitute per farsi riconoscere come donne, dovevano scoprire i seni. Intrigante e struggente è la figura di Fletcher, servo amante-badante, che si lascia maltrattare dal suo “my Lord” per appagare le sue frustrazioni ma che al tempo stesso lo accudisce con commuovente devozione. La scenografia è essenziale, una scrivania con libri impilati e un campanello che Fletcher suona di tanto in tanto per ricordare nella narrazione quando Byron lo chiamava per appagare i suoi desideri sessuali, e non solo.

Chiara è anche la gelosia del servo nei confronti di Lukas, giovane patriota di cui Byron si innamora perdutamente sebbene sappia che l’uomo lo manipoli solo per ottenere soldi e  protezione. Giunge così alla soglia dei 36 anni convinto che oramai ciò che conta davvero è solo desiderare il desiderio.

Egregia l’interpretazione di Roberto Azzurro che trascina lo spettatore nel mondo di Byron intriso di orrori, vizi e desiderio di fuga da una realtà che appare essere troppo stretta, e, così facendo, invita indirettamente chi ascolta a riflettere su una importante problematica tutt’oggi irrisolta: l’omofobia e la discriminazione in ogni forma perpetrata. Significativa risulta in proposito, pertanto, la battuta pronunciata da Fletcher in chiusura: «Non so quando, ma sono convinto che verrà il giorno in cui a Piccadilly due ragazzi potranno camminare tenendosi per mano. Sarà allora la vittoria di Byron e di Matthews, del tamburino White e del tenente Hepburn, degli impiccati di Vere Street e, se permettete, un po’ anche la mia»

Uno spettacolo da vedere, dunque; non solo per chi ama l’estetica romantica ma soprattutto per chi crede fermamente che ciascuno debba poter essere libero di essere se stesso, in ogni luogo e ogni tempo.

 

Francesco La Rocca

 

Teatro Il Primo

Viale del Capricorno, 4 – 80131 Napoli

www.teatroilprimo.it

Info: 081/5921898

 

Print Friendly

Manlio Boutique