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Intervista a Carlo Cerciello che porta in scena uno spettacolo ispirato agli anni della rivoluzione culturale

 

C'era una volta il '68

 

Il regista Carlo Cerciello firma il progetto e la regia di C’era una volta il ’68 che ha debuttato il 20 dicembre al teatro Elicantropo di Napoli (in replica fino al 27 gennaio 2013).­

Un cast numeroso composto da Mario Autore, Gianni Caputo, Roberta Carotenuto, Fabrizio Cavaliere, Monica Cipriano, Aniello Mallardo, Eduardo Di Pietro, Annalisa Direttore, Giovanni Esposito, Giulia Esposito, Stanislao Guarino, Giosella Iannaccone, Cecilia Lupoli, Gennaro Monforte, Maria Teresa Palumbo, Alessandro Paschitto, Tonia Persico, Maddalena Stornaiuolo, Rosa Varriale, dà vita a questa “favola rock” arricchita dai costumi di Daniela Ciancio e dalle musiche originali di Paolo Coletta.

 

Come nasce lo spettacolo “C’era una volta il ’68″?

Per questo spettacolo mi sono ispirato al libro C’era una volta la rivoluzione di Iacopo Fò che, con la sua visione ironica, gioiosa e infantile, meglio si adattava alla mia idea di mettere in scena in maniera più “leggera” quegli anni di rivoluzioni, di cambiamenti, di rottura con le “tradizioni”, senza soffermarmi sull’aspetto politico perché è la parte del tradimento, del crollo dei nostri ideali.

Ciò che mi premeva era sottolineare la confusione di quegli anni. Un periodo di euforia totale, un trip di colori, una visione psichedelica del mondo, dove tutto ci sembrava possibile. Era un continuo parlare di qualcosa con qualcuno, dalla politica alla religione, dalla musica all’istruzione pubblica; un bisogno impellente di confrontarsi, di sentirsi un gruppo in grado di ribaltare l’ordine costituito.

Qual è il merito del ’68?

La prima vera rivoluzione si ebbe con le istituzioni più vicine a noi, come la scuola o la famiglia. Oggi giorno ci sembra normale che tra figli e genitori ci sia dialogo, un confronto, quello che gli esperti definiscono “genitore-amico” , ma prima non era così, c’era una rigida gerarchia che non poteva essere violata. Il ’68 cambiò la società.

La liberazione sessuale, il movimento femminista con uno dei loro slogan più famosi “uomini tremate, le streghe son tornate”, le minigonne, i capelli lunghi dei ragazzi, la musica,le lotte studentesche, le occupazioni, vengono messe in scena sempre come se tutto fosse un gioco, un evergreen.

Il mio intento però non è far rivivere il ’68, ma evidenziare come con la musica, il teatro, l’arte si faceva la rivoluzione. Basti pensare allo scompiglio creato dall’arrivo della musica rock, al Living Theatre di Malina e Beck con i loro spettacoli politici; il teatro è politica.

L’andare in scena è un momento di estrema responsabilità, collettiva e singola; ed ecco perché la scelta di avvalermi dei ragazzi del mio laboratorio per dar vita a questo spettacolo ha un senso politico.

Dov’era Carlo Cerciello nel ’68?

Avevo 17 anni, e quegli anni furono per me una vera e propria palestra. In tutto il mondo si respirava la voglia di riscattare la propria identità, di rivoltare il mondo come un calzino. Avevamo forti riferimenti come il “libretto rosso” di Mao Tse-tung, quasi un vangelo per tutti noi. Gente pronta a morire per quegli ideali.

Portare i capelli lunghi era andare contro il conformismo, contro quelle leggi che la società ci aveva imposto. Ricordo che si andava al mercato di Resina (l’antifirma) dove trovavamo abiti americani, pantaloni stretti e a zampa di elefante, maglie e giubbini con le frange, scarpe a punta; era un nostro modo per distinguerci. Se vestivi firmato eri un fascio.

Senza dimenticare l’importanza della musica. Passammo da Claudio Villa ai Beatles, pur non capendo l’inglese ci piaceva, era una vera e propria rivoluzione, era una rottura con tutto ciò che fino ad allora era ritenuto “il modo giusto di fare musica”, soprattutto in Italia. Ricordo che si tornava a casa per ascoltare alla radio la trasmissione Bandiera Gialla per sapere in che posizione della classica si trovavano i Beatles. Cambiò totalmente il gusto. Furono proprio la musica e il cinema che diffusero gli ideali di quegli anni che, come ben sappiamo, in Italia arrivarono in ritardo.

Cosa altro ricordi di quegli anni?

C’era un’euforia generale, il credere che tutto fosse possibile, che nulla sarebbe stato più come prima. La società, le idee, le regole vennero rovesciate; ma non fu una fiaba a lieto fine. Ci furono tantissimi giovani morti per le loro idee (elencati a fine spettacolo) e come dopo ogni sogno ci si sveglia e bisogna fare i conti con la dura realtà. Arrivarono gli anni del terrorismo, lo sfaldamento politico, il crollo di tutto ciò per cui si era lottato. Si fece un passo indietro.

Per questo io mi sono ritagliato, in questo teatro, il mio angolo per mantenere viva e intatta la mia euforia.

Qual è il messaggio che vuole dare con questo spettacolo?

Ai miei ragazzi ho chiesto di partire dall’oggi, dai disagi che vivono loro quotidianamente per poter enunciare i fatti e gli avvenimenti di quegli anni che sconvolsero il mondo intero. Trovare un punto d’incontro tra i giovani sessantottini e i nostri giovani. Una sorta di linea trasversale che li unisce; un viaggio temporale immaginario che li lega, che li rende più vicini di quanto si possa immaginare. Ad esempio, ancora oggi,nel 2013, parliamo di femminicidio; di donne discriminate, vittime di abusi e messe in mostra come una merce da vendere al miglio offerente.

La rivoluzione è possibile. Bisogna lottare per le nostre idee.

 

 

Carmela Pugliese

 

Teatro Elicantropo

Via Gerolomini, 3 – Napoli

Info: 081296640

www.teatroelicantropo.com

 

 

 

 

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