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Il Teatro delle Albe mette in scena il dramma di un atleta tra grandi vittorie e una somma caduta.

 

Bene farebbero gli efesi ad impiccarsi tutti, quanti sono nell’età adulta,

e a consegnare la città ai  fanciulli imberbi, essi che hanno esiliato Ermodoro,

il più capace di tutti loro, con queste parole: tra noi nessuno sia eccellente per

capacità, ma se vi è, vada altrove in mezzo ad altri.

Eraclito, DK frammento 121

 

Il Pantani della compagnia ravennate, per la regia di Marco Martinelli, è uno spettacolo che serra la gola, ferma il respiro; e poi ti colpisce con forza, pugno allo stomaco, ribaltandoti dalla comoda poltrona del Teatro Nuovo di Napoli.

È un fulmine di verità in mezzo a un mare di fango.

Tonina e Paolo Pantani, meravigliosamente interpretati da Ermanna Montanari e Luigi Dadina, ci accolgono nella loro casa, là, a Cesenatico e ci raccontano di una famiglia, di un uomo e di un figlio; sono accompagnati da un giornalista, amico di Marco, che da anni indaga sulle incongruenze del processo e sulla ingiustificabile severità dei giudizi della stampa.

E Marco è in sala, su un telo nero, ad accompagnare il racconto con i suoi scatti, a mescolare l’epica con la prosa, impegnato a salire sempre più su mentre un minuto coro getta un’ombra malinconica –quasi canto funebre – sulla sua storia di atleta in carne ed ossa.

Questa pièce è un racconto: della giovinezza del Pirata (che poi questo soprannome neppure gli piaceva), delle sue prime imprese dilettantistiche, dei suoi primi successi e di tutti i suoi incidenti, delle sue grandi vittorie e della sua caduta.

Questa pièce è molto più che un racconto: è la denuncia di una damnatio memoriae, inammissibile dati alla mano, di un campione lanciato in orbita e poi fatto schizzare velocemente nella vergogna dai maggiori organi di stampa nazionali; è la denuncia di uno stato rappresentato da politici quantomeno disinformati e disinibiti (il riferimento all’on. Gasparri è chiaro) le cui libere affermazioni non fanno giustizia all’intelligenza umana; è la denuncia di un ecosistema corrotto in cui Coni, Federciclismo e mondo dell’imprenditoria si tendono la mano per salvare i loro potentati scagliando nella polvere il capro espiatorio di turno, l’eroe scomodo perché genuino, cresciuto a pedali e piadina.

E allora, solo allora arrivò la “sostanza”, la droga.

Quella sostanza che si fa concreta nel sogno di mamma Tonina, che sogna di un mondo bianco, ghiacciato, in cui tutta la bella pianura è immobile, quasi inabile alla vita; e, infissi come pali, i giovani della regione, anch’essi immoti, sostano bloccati ed esposti alla brezza. E fra questi c’e Marco, da qualche parte, ma chissà dove…

C’è il Marco che, adolescente, girava su una bicicletta da donna; c’è il Marco che, incapace di stare fermo, lascia la scuola a 16 anni per pedalare più forte; c’è il Marco di Pino Roncucci; c’è il Marco delle cadute; c’è il Marco delle salite, quello delle vittorie; c’è il Marco dei suoi nuovi amici e della sua nuova manager, Manuela Ronchi – che a mamma Tonina, poi, non era mai piaciuta.

Il 14 febbraio 2004 Marco Pantani viene ritrovato senza vita in un residence di Rimini.

Ora la stampa lo piange, ma è troppo tardi.

Ora la parentesi è chiusa, tutto può finire.

Ciò che resta è solo un rumore tambureggiante nella testa, e il senso di un’ingiustizia di Stato, e il gusto di mare e di montagna che Pantani si portava dentro.

Pantani, lo scalatore che veniva dal mare.

 

Antonio Stornaiuolo

 

Teatro Nuovo di Napoli

Via Montecalvario, 16 Napoli

Tel. botteghino: 081 497 62 67

In scena fino a domenica 27 gennaio

Durata: 3 ore

Orari: da martedì a sabato ore 20:30 – domenica ore 18:30

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