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Glauco Mauri torna a cimentarsi con l’universo del drammaturgo irlandese in Da Krapp a Senza parole.


A ormai più di vent’anni dal suo ultimo allestimento beckettiano, Glauco Mauri torna a confrontarsi ancora una volta con il grande scrittore e drammaturgo irlandese, un confronto che ha il sapore di una vera e propria resa dei conti con se stesso e la propria lunga, intensa vicenda teatrale.

Da Krapp a Senza parole, questo il titolo del nuovo lavoro di Mauri andato in scena al Teatro Nuovo di Napoli e che resterà in cartellone sino a domenica 3 febbraio. A condividere il palcoscenico con il grande attore e regista pesarese l’inseparabile Roberto Sturno, co-fondatore dell’omonima Compagnia “Mauri-Sturno” che in oltre trent’anni di attività ha realizzato alcuni degli spettacoli di maggior successo di pubblico e di critica del panorama teatrale nostrano, potendo vantare un vasto repertorio che ha saputo spaziare tra testi di autori classici (Sofocle, Shakespeare, Molière, Goldoni) e contemporanei (Pirandello, Ionesco, Mamet, Brecht).

Concepito come una sorta di concept-theatre incentrato sulla condizione di sofferenza e assurdità da cui è irrimediabilmente contrassegnata la vita umana, lo spettacolo si presenta come un incalzante attraversamento dei principali motivi che hanno ispirato l’opera e il pensiero di Samuel Beckett, un’amara riflessione, dunque, sulla vacuità dell’esistenza, su quella angosciante realtà priva di totalità e di senso che opprime l’essere umano e che strenuamente l’autore di Aspettando Godot tentò per tutta la vita di raccontare pur nella sua assoluta indicibilità, nel pieno convincimento che sia l’arte che la parola si mostrino al fine impotenti e inadeguati di fronte alla ineffabile insensatezza che ci circonda.

Questo viaggio nell’universo drammaturgico beckettiano viene reso attraverso l’armonico avvicendarsi di un Prologo e di quattro atti unici: Respiro, Improvviso dell’Ohio, Atto senza parole e L’ultimo nastro di Krapp.  La struttura narrativa sembra così mimare il gioco metaforico delle scatole cinesi, per cui il tema principale sotteso all’intera pièce – quello, appunto, dell’“infinita vanità del tutto” – sembra riversarsi di volta in volta in contenitori sempre più ampi e di forma diversa, in un climax ascendente fatto di riflessioni, emozioni e ricordi che raggiunge il suo vertice estremo nella storia del vecchio Krapp.

Proprio nel racconto di questo immortale personaggio emerso dall’universo onirico beckettiano, infatti, sembra condensarsi la ragione di fondo che ha spinto Glauco Mauri a ritrovare il suo personale Beckett, ad accordarsi ancora una volta al ritmo del respiro di un autore che ha in qualche modo tracciato i passi del suo lungo e intenso itinerario artistico, lui che per primo in Italia, negli ormai lontani anni ’60, ha avuto il merito di portare sulla scena i capolavori del grande drammaturgo irlandese.

Assume dunque un significato del tutto particolare, e non può non toccare nel profondo l’anima dello spettatore, vedere Mauri vestire magistralmente i panni del vecchio Krapp intento ad ascoltare, nella penombra della sua solitaria “tana”, la propria voce registrata su un nastro tanti anni prima la sera del suo trentanovesimo compleanno. La voce che fuoriesce dal magnetofono, infatti, è quella dello stesso Glauco Mauri incisa nel lontano 1961 in occasione della prima messa in scena dell’opera di Beckett. Ha inizio così, in una perfetta sovrapposizione con il personaggio di Krapp, un dialogo interiore dell’attore con un sé ormai perduto nel tempo, in una febbrile rievocazione di ricordi, sentimenti, volti e amori. È un bilancio della propria vita attraverso il teatro, o meglio, è la vita stessa a farsi teatro, una magia che solo un grande attore ha la capacità di realizzare.

 

Armando Mascolo

 

Nuovo Teatro Nuovo

Via Montecalvario, 16 – Napoli

Tel. botteghino: 081 497 62 67

info@nuovoteatronuovo.itbotteghino@teatronuovonapoli.it

In scena sino a domenica 3 febbraio

Durata dello spettacolo: 110 minuti, compreso intervallo

biglietti da 14 a 26€

 

 

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