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Virginia Woolf e i suoi tormenti al teatro Elicantropo con Stanza di Orlando di Carmen Giordano piace ma non entusiasma.

In un secolo ricco di creatività femminile come il Novecento, Virginia Woolf resta uno degli esempi (se non l’esempio) più geniali: una mente delicata e riflessiva, che sapeva individuare le prospettive più adatte per narrare la tragicità dell’esistenza. Quando naturalmente un’operazione – che sia teatrale, come Stanza di Orlando di Carmen Giordano, o che sia d’altro genere – si affaccia su una mente dalla profondità tanto abissale, è facile rischiare la vertigine. Il lavoro firmato Macelleria Ettore è andato in scena al teatro Elicantropo fino al 3 febbraio, ed ha tentato tale esplorazione palesando tutte le difficoltà che l’impresa comporta. Per alcune di esse ha trovato soluzioni interessanti, per altre ci pare di no.

La “stanza” a cui si riferisce il titolo è la mente della Woolf, quello spazio indistinto dove ogni personaggio, ogni storia e ogni ambiente esiste in maniera potenziale, in nuce: dove anche sedeva Orlando in attesa, il protagonista del romanzo che ispira la pièce, fino a quando l’autrice non ne scrisse il nome sul foglio bianco, quasi inconsciamente, in preda allo sconforto per mancanza di storie. «Appena fatto questo, il mio corpo è stato invaso dall’estasi, la mia mente da idee», raccontava nel 1927 a Vita Sackville-West, sua amica e per un certo periodo amante, nonché ispiratrice e dedicataria del testo. Ma la mente, appunto, per quanto grande è anche spazio ben delimitato e asfittico, centro di conflitti inevitabili per una donna che morirà suicida, intimorita dalle crisi di follia che periodicamente la squassavano.
Spazio che sulla scena si traduce nell’installazione di Maria Paola Di Francesco, una gabbia bianca circolare, stretta non da sbarre, ma da elastici che collegano la base alla cupoletta, e che possono venire disposti perpendicolarmente al suolo, come in partenza, intrecciati caoticamente, come in finale, o staccati dal fondo, lasciati pendenti attorno al perno centrale. La cupola, grazie alla meccanica della sua struttura, può ruotare e creare un tipico carillon in grande scala, dove resta sempre incastonata la protagonista, non a caso acconciata da bambola.

È la parte femminile a parlare, quella corrispondente alla buona Maura Pettorrusso, per una rappresentazione della donna che rispecchia la denuncia insita nell’opera della Woolf, con un’ironia tra l’altro a lei vicina. La precisazione di genere è necessaria laddove il costume richiama un abito maschile nella parte posteriore e, di conseguenza, il tema dell’androginia, prediletto nell’Orlando: simbolo di libertà interiore e della completezza creativa propria dell’artista.

Attorno al fulcro della splendida installazione sopra descritta, sacrificato al suo interno, si sviluppa tutto il monologo che, per quanto elaborato, ci pare si possa ascrivere a tre argomenti principali. Il primo, quello dell’ambiguità: prima di tutto quella del rapporto e dell’identità uomo-donna, ma anche ambiguità del pensiero, della definizione di stabilità o instabilità, del passaggio interno-esterno, attraversamento psicologico o anche fisico. A fare da limite tra le due facce che si affrontano oscillando di volta in volta, un semplice specchio, appeso nella gabbia. Il secondo tema è quello della condizione femminile, una bambola che pensa alle proprie possibilità di vivere nel mondo che la assedia. Successivamente, il terzo riguarda la percezione ingannevole della realtà, causa di un malessere che può trovare soluzione solo nella fuga all’esterno, per scoprire davvero e conoscere, in fin dei conti, sé stessi.
Tutta la trattazione, per quanto interessante, risente tuttavia di una continua mediazione del microfono (ulteriore ambiguità dell’espressione) e soprattutto di un’elaborazione linguistica frammentaria, che esprime un senso solo se la Giordano in fin dei conti vuole portare lo spettatore a condividere con la protagonista la medesima sensazione di oppressione, di disorientamento e, in alcuni momenti, di noia. Per esplorare il dedalo ideale dell’autrice inglese pare quindi possa servire una soluzione differente dal tentare l’intrappolamento in una gabbia: infatti anche una gabbia sarà comunque troppo angusta.

Eduardo Di Pietro

 

Teatro Eicantropo

Vico Gerolamini 3 – Napoli

Tel. 081296640

www.teatroelicantropo.com

 

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