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Ben realizzato e scorrevole il Wilde interpretato da Stefano Jotti e andato in scena a Palazzo Liguoro.

La compagnia

Scritto nel 1891 e rappresentato soltanto nel 1931 a ben 40 anni di distanza, Salomè di Oscar Wilde ha visto tante rivisitazioni e altrettanto numerose “visioni” registiche. La versione messa in scena a palazzo De Liguoro (via Arena alla Sanità, 12) per la regia di Stefano Jotti (adattamento di Fulvio Calise e dello stesso Stefano Jotti) si presenta agli occhi dello spettatore come una delle più “moderne”.
Gli spettatori vengono coinvolti, grazie anche all’ambientazione che ottimamente si presta al gioco, ad un banchetto o meglio ad una festa nel palazzo di Erode Antipa (interpretato dallo stesso Jotti) che li accoglie sovrastato dalle nervose discussioni della bella moglie Erodiade, apparentemente agitata per l’andamento della serata.

Gli spettatori, ignari ospiti del tetrarca, vengono fatti accompagnare in terrazza e accomodare dai siriaci, servi e guardie a custodia del profeta Iokanaan (nome ebraico di Giovanni Battista), che, prigioniero, urla le sue minacce legato e col volto coperto.

D’un tratto Salomè, abbandonato il banchetto si fa largo in terrazza decisa, nonostante gli avvertimenti dei siriaci, a scoprire il volto di Iokanaan. Affascinata dal profeta vuole baciare la sua bocca. Anche Erode ed Erodiade hanno intanto lasciato il banchetto e raggiungono la terrazza. Tutta la piece si sposta quindi sui rapporti tra il tetrarca, la moglie e Salomè che diventano inevitabilmente protagonisti della vicenda, relegando a tratti, ad un ruolo marginale, Iokanaan.

Stefano Jotti

Tutto il susseguirsi degli avvenimenti è intriso e collegato dal comune elemento della follia. La follia si evince in tutti i personaggi, la troviamo nel disperato amore di uno dei siriaci per Salomè (amore che lo porterà alla morte proprio per mano della stessa Salomè), nella devastazione mentale di Iokanaan che ha visto Dio, nello sfrenato desiderio di Salomè che porta alla decapitazione del profeta, nell’ossessiva gelosia di Erodiade nei confronti della figlia, gelosia grande quanto il suo odio per Iokanaan, dispensatore di continue ingiurie verso di lei; ma folle è anche lo stesso tetrarca Erode divorato dal desiderio nei confronti di Salomè e dalla paure per le profezie del Battista.

Tutto culminerà nel tragico epilogo in cui Erode, oramai sconvolto dall’uccisione del profeta, a cui non ha potuto sottrarsi, farà ammazzare Salomè dalle sue guardie.
Come già anticipato la messa in scena di Jotti colpisce per la sua modernità: assenza di costumi d’epoca, uno spazio scenico senz’altro molto più vicino ai nostri tempi che all’effettivo periodo di ambientazione della vicenda, il trucco da mimo dei siriaci che li rende veri e propri “servi di scena”, svelando il gioco della finzione. Oltre alla modernità cattura l’attenzione anche la scorrevolezza della rappresentazione dovuta all’ottimo adattamento che snellisce il testo senza snaturarlo e depauperarlo del suo significato.

In conclusione, senza dubbio un esperimento ben riuscito che raggiunge l’obiettivo che si era proposto grazie anche alla precisa e curata interpretazione degli attori che aiuta a far funzionare il tutto come un orologio.

Gennaro Monforte

 

 

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