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“Dopo la battaglia”, un viaggio visionario tra verità e follia, danza e musica. In scena fino al 3 marzo.

 

“I matti son simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo.

I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita!”

Alda Merini

 

Pippo Delbono

Chi ha detto che il teatro debba essere un luogo rassicurante in cui vige l’ordine e dove le storie hanno tutte un senso? Se al giorno d’oggi l’assurdo e l’orrore contrassegnano sempre più la nostra realtà quotidiana, allora il Teatro non può esimersi dal rispecchiare questa atroce verità. Se le cose stanno così, allora si comprende perché assistere a Dopo la battaglia sortisca un effetto a dir poco travolgente, come un pugno preso all’improvviso in pieno volto. Il lavoro di Delbono, infatti, è narrativamente complesso, sfaccettato, vario, così come lo sono la vita e il mondo. Potrà, in certi momenti, apparire anche eccessivo, pretenzioso, a volte persino criptico ed estremamente intimistico, ma è in ogni caso uno spettacolo capace di regalare attimi di assoluta commozione.

Dopo la battaglia, in scena al Teatro Bellini fino a domenica 3 marzo, è l’ultimo lavoro dell’autore, attore e regista ligure Pippo Delbono, titolo anche di una sua recente pubblicazione, che ha debuttato nel 2011 al Teatro Verdi di Padova e che è stato premiato nello stesso anno con il Premio Ubu come miglior spettacolo.

Dopo la battaglia è uno spettacolo che non si può raccontare, se ne possono forse restituire in qualche misura gli stati d’animo e le emozioni che suscita, ci si può soffermare sulla bravura e sulle singole performances degli artisti in scena, ma non si può in alcun modo spiegare.

La struttura narrativa dell’opera sembra concepita come una collana di perle, tante scene diverse rappresentate all’interno di una stanza grigia che a volte proseguono anche al di fuori di essa, sconfinando in platea, tutte incentrate intorno alla “poetica follia” della vita, in cui si alternano momenti di ilarità a momenti di estrema commozione tenuti insieme dalle parole del narratore/regista, l’unico a parlare in scena, che introduce e commenta di volta in volta il lavoro che gli artisti eseguono sul palcoscenico o tra il pubblico.

Marigia Maggipinto

Si comincia con una scena che ha il sapore di un’opera lirica, che viene richiamata poi durante tutto lo spettacolo dalle note di Verdi, Paganini e Čajkovskij perfettamente miscelate alle musiche originali ed eseguite dal vivo dal violinista Alexander Balanescu. Si passa poi dalla rappresentazione di un brano tratto da Il castello di Kafka alla ricostruzione di una scena realmente accaduta – l’assurdo discorso inaugurale di un sindaco in occasione di un festival di poesia –  alla messa in scena di una processione che ha il solo scopo di dare un valore cristiano allo spettacolo così come richiesto dalla mamma del regista.

Diversi sono i richiami e gli omaggi che la pièce rende a tante persone e autori cari al regista, come Alda Merini, Kafka, Pasolini, Artaud, Rilke, Whitman, Pizarnik e Pina Bausch, la famosa coreografa tedesca con cui Delbono ha lavorato nel 1987 e che in questo spettacolo viene ricordata con la presenza della danzatrice Marigia Maggipinto. Ma lo spettacolo è soprattutto un omaggio alla madre scomparsa pochi mesi fa e a Bobò, un componente fondamentale della Compagnia Pippo Delbono incontrato nel manicomio di Aversa 20 anni fa, colui che, come dice lo stesso regista, lo ha aperto alla vita.

In questo spettacolo, così come a mio avviso in molti altri lavori di Delbono, particolare merito va proprio all’ eterogenea compagnia di attori (Dolly Albertin, Gianluca Ballaré, Bobò, Chris Clad, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Marigia Maggipinto, Julia Morawietz, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella) caratterizzata da una forte presenza scenica e da una capacità espressiva in grado di emozionare anche con un semplice gesto, come lo sventolamento della bandiera italiana sulle note del “Va’, pensiero” di Verdi. Il regista ligure ha la straordinaria abilità di portare in scena l’essere umano con le sue molteplici sfaccettature, persone che sulla scena si trasformano in personaggi felliniani a volte surreali e che, quando si esce dal teatro, si è quasi stupiti di riconoscere nell’uomo che indifferentemente ti cammina accanto.

 

Irene Bonadies

 

Teatro Bellini

Via Conte di Ruvo, 14 – Napoli

Contatti: 081 549 12 66 – botteghino@teatrobellini.it

www.teatrobellini.it

Orari: Sabato ore 21:00 – Domenica ore 17:30

Prezzi: da euro 10,00 a euro 28,00

 

 

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