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Una produzione Kataklisma porta in scena a Sala Ichos quel che mangiamo e quello che siamo. Repliche fino al 3 marzo.

 

Fa che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo

Ippocrate di Cos

 

C’è un buio caldo a Sala Ichos quando i pochi spettatori varcano la soglia del “foyer”: sibila nel silenzio un senso di quiete maturata in solitudine, quiete macerata, lacerante, digerita. Poi rotta, nel buio, da un mangiucchiare frenetico che si sente ma non si vede, da una bocca solo udita che consuma e si ingozza convulsa.

È così, in un clima quasi religioso, misterico, che Digerseltz, di e con Elvira Frosini, più che presentarsi, si rende necessario a causa dell’abbondanza di strepitii vocali di denti che lavorano.

Quando poi – ma piano –  la luce si insinua sul proscenio, una donna, che è solo una donna e un’attrice sola, comincia a recitare contesti quotidiani, paradossali, inumani continuamente inondati di leccornie e comunemente caratterizzati dall’ossessiva presenza di cibo: la festa, il mito della famiglia felice che banchetta, il presepe.

Ma, nella rappresentazione di situazioni alimentari, l’attore stesso finisce per diventare cibo: egli nutre di sé gli occhi dello spettatore, il quale attende come dinanzi ad un pezzetto di carne in mezzo al piatto, alimenta le sue fantasia, solletica i suoi sensi, gli genera acquoline tenendolo avvinto a sé.

E la Frosini, davvero brillante nei passaggi più arditi di enumerazioni di parole assonanti pronunciate da una bocca sempre in movimento, è fisicamente un “pezzetto di carne”, la sua materialità corrisponde alle alate parole.

Tuttavia non c’è tempo per fermarsi a riflettere, si è già fatta troppa metafisica intorno alla eucarestia dei teatranti, già troppo vuoto si è creato tutto intorno. Perché è il vuoto che spaventa, quello del frigo e quello dell’anima, e che va riempito quanto prima così come la scena. Perché l’attore deve trovare compagnia nella sua solitudine o, almeno, nelle sagome che ad un certo punto finiscono per affollare la scena. Perché mangiamo e scordiamo in fretta ed ecco che l’urgenza di riempire/ci di nuovo spinge a tornare a tavola.

L’ultima scena è una ultima cena.

Si riafferma così la necessità e quasi un gusto sottile di farsi cibo per gli altri, non pratica cannibalesca, ma di salvazione, accompagnata però da un darwinismo sociale – ma sotto sotto anche materiale – per cui “chi non mangia finisce mangiato”

La pièce, nevrotica così come l’ossessivo ricorso al cibo del nostro tempo e della nostra parte di mondo, punge e strania senza però accompagnare lo spettatore verso un esito ben definito, lasciandolo col suo bruciore allo stomaco e con la sensazione di un’incompiuta.

Agli edaci astanti non resta che un corpo, offerto in sacrificio per loro, e un misto di smarrimento e incomprensione. Il buio si riappropria dello spettatore, ma una domanda arriva dalla scena: «È venuta bene, no?».

 

Antonio Stornaiuolo

 

 

Sala Ichos

via Principe di Sannicandro 32/A, San Giovanni a  Teduccio (Na)

Tel. 335 765 25 24 – 081 27 59 45

Orari: da giovedì a sabato alle 21; domenica alle 19.

Repliche fino a domenica 3 marzo

 

 

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