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A Torre del Greco in scena un reading teatrale dove La venere dei terremoti si fa teatro. Un esperimento riuscito.

libroDalla parola scritta a quella recitata: è questa l’evoluzione che compie La venere dei terremoti di Manlio Santanelli quando incontra la regia e l’interpretazione di Roberto Azzurro, andato in scena a Torre del Greco.

Tratto dall’omonimo romanzo breve pubblicato dalla casa editrice Caracò, lo spettacolo racconta le vicende amorose (ma contrastate) di Luigino Impagliazzo, geometra, e Fortuna Licenziati, moglie di un boss, non senza mancare, attraverso esse, di raccontare luoghi e atmosfere, per la precisione quelle di una Napoli che di li a poco sarà scossa dal terremoto dell’80.

Incentrato su due personaggi fortemente caratterizzati e da una serie di figure collaterali altrettanto ben definite (la madre del protagonista, o ancora il boss Albino Marra), il monologo, grazie allo studio attento compiuto da Azzurro, conserva intatta la potenza espressiva, il ritmo veloce e l’enfasi figurativa che caratterizza il testo e con essenziali ma precise scelte registiche, che è sulle modulazioni vocali e una controllata gestualità che posa le sue basi, conferma se non addirittura esalta i passaggi della storia più ironici e significativi.

Come spiega il regista, La venere dei terremoti rientra nell’ambito di un progetto più ampio che ha nella trasformazione della letteratura in teatro il suo obiettivo; in particolare, «l’incontro tra il Narratore e il protagonista della storia avviene sotto gli occhi degli spettatori, come se un prestigiatore, finalmente, mostrasse il segreto dei suoi trucchi, portandoci finalmente su quella suggestiva e attraente linea di confine che è l’interregno tra l’attore e il personaggio».

Difficile infatti, durante tutta la durata della messinscena distinguere il narratore – Azzurro – da Impagliazzo, il reale dall’immaginato, così come impossibile diviene non lasciarsi trascinare dalla storia, dalle spericolatezze (linguistiche e non) che prendono vita e si sviluppano e che sembra poter vedere, nitide come se davvero tutti i personaggi nominati fossero sul palco e l’attenzione non fosse, invece, concentrata sul un solo attore, vestito di bianco.

I neologismi, i termini obsoleti divenuti quasi sconosciuti ai più, le licenze linguistiche di cui si compone ogni pagina avrebbero potuto rappresentare un pericoloso precipizio per chi si fosse prestato a pronunciarli, ma la tecnica impeccabile del protagonista – unico appiglio su cui far leva in assenza anche di scenografie e musiche – riesce ad evitare l’inciampo e tra peccati, desideri e imprevisti regala allo spettatore una perfomance che coinvolge e piace.

 

Irene Bonadies

 

 

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