Manlio Boutique

Fino al 24 marzo al Piccolo Bellini, lo spettacolo Maccarune, diretto da Luciano Saltarelli e Giampiero Schiano.

 

Foto di Pepe Russo.

Foto di Pepe Russo

Come primo giudizio, potremmo dire che la Napoli che si respira in Maccarune di Luciano Saltarelli è una Napoli diversa dal solito. Ma analizzando bene il tutto, si vede chiaramente quanto siano presenti ed evidenti le radici e le caratteristiche basilari della città partenopea e della sua cultura.
Tutto lo spettacolo è un continuo rimando evocativo e grottesco alla tradizione napoletana: di qualsiasi cosa si parli, che sia l’ambito culinario o della superstizione, poco importa.
E quando si parla di tradizione napoletana, una delle immagini più ricorrenti è senza dubbio la maschera di Pulcinella. Molti credono che abbia avuto origine a teatro con Petito nell’ottocento ma in realtà le sue origini sono molto più antiche: alcuni studiosi ritengono infatti che discenda da Maccus, un personaggio delle commedie romane del IV secolo a.C., un servo con un lungo naso, una grossa pancia e una larga camicia bianca. Il naso come simbolo di fertilità, la pancia come espletamento visivo del suo bisogno primario: il cibo.

Non a caso quindi tutti gli attori in scena hanno una vistosa pancia, simbolo di quel bisogno di cibo che caratterizza Pulcinella e in senso lato la napoletanità. Ecco, che quindi si arriva a parlare del consueto rito del ragù della domenica il quale per tradizione deve “pippiare”: cuocere a fuoco lento e continuo, per due giorni. In Maccarune però tutto viene rivisitato, come lo è la tradizione con cui oggi purtroppo abbiamo perso contatto e di cui conserviamo solo gesti e richiami.

Ed ecco che quindi “’o rraù” viene detto “sfranto”, che sta per spiaccicato, distrutto, deve “pippiare” per 7 giorni, e viene preparato pestandolo ben ben con tacchi di scarpe, facendogli una veloce passata in lavatrice a 30° e condito con segatura.

I rimandi alla tradizione partenopea si vedono poi anche per quanto riguarda l’aspetto teatrale più classico di Napoli, da Scarpetta ad Eduardo. Due in particolare i pezzi rivisitati: la famosa scena del paltò in Miseria e Nobiltà e la scena del sogno del verme tratta da Le voci di dentro.

Entrambe le scene preservano la musicalità e la struttura degli originali, modificando totalmente il testo; il monologo, tratto dall’opera di De Filippo, è quasi sbeffeggiato. Anche questi due momenti si pongono quindi come un segno evidente della perdita di contatto con la tradizione, in questo caso del teatro, e forse anche come un segno della perdità della qualità di rappresentazione che certe opere di autori partenopei, in questi ultimi anni, hanno subito e ancora subiscono.
La storia che fa da collante (e da pretesto per un’analisi molto più profonda) è una storia molto semplice: Ferdinaldo e Rosanda (da notare anche la storpiatura grottesca dei nomi) vivono un grave crisi economica e decidono di circuire il timido vicino Gennargo, per farsi aiutare economicamente. Durante una discussione Ferdinaldo però ammazza Gennargo e nasconde il cadavere. A questo punto entra in scena il fratello gemello di Gennargo, Cirenzo che è l’esatto opposto del fratello. Cirenzo, scoperto il delitto, propone ai due una soluzione a tutti i loro problemi.
La messa in scena è diretta, semplice, divertente e tutti gli interpreti (Antonella Raimondo, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano, Manuela Schiano Lomoriello) si muovono a loro agio nei modelli o stereotipi che la regia gli ha cucito addosso. Un plauso particolare a Giampiero Schiano che si divide con eccellente rapidità su ben tre personaggi.
E per uno spettacolo che evoca la tradizione napoletana non c’è finale migliore di una estrazione a sorte. Ogni serata infatti viene conclusa con l’assegnazione simbolica di un pacco di maccarune ad uno degli spettatori presenti in sala. Che altro potremmo dire… buon teatro e buon appetito!

Gennaro Monforte

Print Friendly

Manlio Boutique