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Al Teatro Nuovo registi, politici e operatori culturali si sono incontrati per discutere del futuro del teatro e del suo essere impresa ed ecco cosa emerso.

 

Ognuno di noi è responsabile di tutto e di tutti, davanti a tutti. E io sono più responsabile di altri.
F. Dostoevskij

Angela Cortese

Angela Cortese

Da qualche anno a questa parte, giorno dopo giorno, in maniera sempre più pressante e grave, tutti gli articoli e le considerazioni sulla cultura in Italia declinano un’unica, fondamentale questione: il teatro è in ginocchio. Il problema tocca relativamente gli spettacoli promossi in seno alla cosiddetta “politica dei grandi eventi” (nella misura dei criteri di scelta e gestione della stessa, o anche riguardo ai lavoratori di molte di queste produzioni, che restano a tempo indeterminato in attesa dei pagamenti), con ripercussioni fondamentali sui teatri e sulle produzioni autonome che propongono un lavoro di respiro annuale, quello che l’incontro “Teatro e lavoro: un sistema in bilico”, tenutosi ieri al Teatro Nuovo definiva “lavoro ordinario”.

 

Promosso dall’ARTEC (Associazione Regionale Teatrale della Campania), con il patrocinio dell’AGIS (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo), l’assemblea pubblica in questione ha raccolto nella sala di via Montecalvario un elevato numero di lavoratori del settore, con l’intento di affrontare il problema della crisi economica che scuote il teatro campano, e denunciarne istanze e necessità. Il presidente dell’ARTEC, Vincenzo D’Onofrio ha aperto l’incontro precisando la finalità certamente non esaustiva dell’evento, ma la volontà di mantenere desta l’attenzione sulle tematiche dello spettacolo campano, per intraprendere un percorso di riflessione rivolto anche all’opinione pubblica, tramite il coinvolgimento degli organi di comunicazione. L’argomento è di competenza innanzitutto politica, per cui da un lato sono stati invitati all’assemblea diversi rappresentanti sindacali ed esponenti del governo regionale passato e attuale, dei quali gli unici a presenziare sono stati l’ex governatore della Regione Campania, Antonio Bassolino e i consiglieri regionali all’opposizione Angela Cortese e Corrado Gabriele, entrambi appartenenti alla commissione Istruzione e cultura del Consiglio (viene sottolineata l’ininterrotta indifferenza del governatore Caldoro alle richieste di confronto con i lavoratori dello spettacolo). Dall’altro lato, si palesa immediatamente nelle parole di D’Onofrio il nocciolo dell’incontro, la legge regionale n. 6 del 15 giugno 2007, “Disciplina degli interventi regionali di promozione dello spettacolo”, una legge di sistema che, in quanto tale, nella sua applicazione originaria e trasversale riusciva ad arginare le difficoltà degli operatori teatrali di dimensioni medie e piccole. Il tema testimonia il «bisogno di superare le logiche di maggioranza e opposizione, per il bene della comunità», come specifica D’Onofrio, poiché a suo tempo la suddetta legge venne votata all’unanimità, in controtendenza (nello stesso 2007 il FUS nazionale veniva decurtato del 50%). Ma, «a seguito del progressivo depauperamento delle risorse e dei vari emendamenti delle leggi finanziarie» che hanno gradualmente modificato la legge 6/2007, si è verificato uno svuotamento della stessa, con la definizione di eccezioni e graduatorie di rilevanza tra i soggetti beneficiari (paradigmatico l’esempio del San Carlo), oltre alla sovrapposizione di alcuni di questi contributi con i fondi già erogati a favore di enti riconducibili al settore pubblico. Dal 2009 a oggi, la legge regionale ha incassato tagli per il 40% della dotazione originaria: indispensabile si rivela quindi la necessità di una concertazione sui provvedimenti da pretendere in merito, così come – dopo D’Onofrio – sostengono anche Gianni Pinto, vicepresidente dell’ARTEC e Alina Narciso della Compagnia Le Metéc Alegre.

 

Fondazione-Campania-dei-festival1-300x212Seguono gli interventi dei lavoratori dello spettacolo, che si presentano e reagiscono in maniera ora dubbiosa, ora indignata, ora rassegnata. I primi a parlare sono Rosario Liguoro per Itinerarte e il consorzio Utòpia, Lina Salvatore per ICRA Project, Laura Angiulli, alla direzione artistica di Galleria Toledo e Lello Serao, direttore del Teatro Area Nord. Vale per tutti il diffuso e oramai insostenibile dissenso per la politica culturale campana, tra “grandi eventi” che non creano occupazione sul territorio, piccoli eventi spacciati per cultura, soluzioni gestionali assai discutibili (esemplare il caso dell’imminente Forum delle Culture), finanziamenti a pioggia del tutto arbitrari, iniziative di alto profilo artistico non riconosciute nelle rispettive potenzialità imprenditoriali, con un’idea sempre più paradossale del teatro come servizio pubblico. Antonio Crispino per il SAI-SLC-CGIL ha concentrato il discorso sulle più elementari e problematiche condizioni lavorative degli attori, destando la protesta di vari astanti verso la disposizione del sindacato, mentre Michele Maddaloni, segretario per la UILCOM ha ammesso che la situazione attuale è conseguenza delle mancanze che ci sono state «da parte dei lavoratori e da parte del sindacato, un periodo di mancanza di regole» che, solo una volta ripristinate, potranno arginare la parcellizzazione dei contributi per gli enti teatrali e lo smantellamento della legge.

 

Carlo Cerciello

Carlo Cerciello

Le partecipazioni delle personalità politiche in sala, Bassolino prima e la Cortese e Gabriele poi, null’altro hanno aggiunto al dibattito se non un sostegno convinto ai bisogni esposti in sala, tanti buoni propositi e una dissociazione forte dalla politica regionale, difficoltosa e referenziale, molto diversa dal governo d’intesa nazionale. Successivamente Carlo Cerciello, direttore del teatro Elicantropo, ha evidenziato la necessità di demolire la Fondazione Campania dei Festival «diventata un vero e proprio oligopolio fallimentare» senza alcuna logica meritocratica, e ha denunciato la concorrenza sleale della struttura pubblica con quella privata, «che manovra fior di milioni di euro mentre si dice che non ci sono soldi in presenza di crisi». Intanto Renato Carpentieri nota che non può esserci reciproco ascolto o dialogo con le autorità quando una delle parti in causa non vuole ascoltare, per cui «siamo in un momento cosiddetto “di pacificazione” ma io pretendo che non ci debba essere pace»: non deve fermarsi la lotta per i diritti e l’opposizione allo svilimento del lavoro teatrale.

Alla fine di una manifestazione che nel complesso aveva offerto, proprio come specificato inizialmente, una panoramica su problemi già ampiamente trattati e rimasti irrisolti, senza prospettive reali di azione, sembra emergere la proposta pratica più provocatoria e combattiva ad abbattere il senso d’incompiutezza che le conclusioni suggerivano. Alessandra Borgia, attrice, segnala l’afflizione delle piccole e medie imprese spiegando che «siccome l’ente pubblico non viene messo in mora, mentre noi sì se non paghiamo una bolletta o un F24, perché non facciamo una class-action dei cittadini, delle imprese e dei lavoratori dello spettacolo contro l’ente pubblico, per metterlo in mora nel momento in cui non rispetta i termini di pagamento?».

 

Eduardo Di Pietro

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