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Al Real Orto Botanico “Il senso del dolore” di Maurizio De Giovanni. Ieri, la prima dello spettacolo tratto dal ciclo del commissario Ricciardi in scena fino al 21 Luglio per la regia di Annamaria Russo.

 

il senso del dolore2È l’ intuizione felice su cui ha scommesso il Pozzo e il Pendolo quella di portare a teatro il genere del giallo, un tipo di racconto che non ha bisogno di particolari costruzioni sceniche per risultare avvincente; infatti scarna ed essenziale è la soluzione proposta dalla regista, nonché direttrice artistica della rassegna, fatta di pochi elementi che restituiscono la dimensione di un interno degli anni ’30, in cui personaggio e scrittore si confondono piacevolmente nell’interpretazione di Nico Ciliberti che racconta dialogando con la suggestione di voci fuori dalla scena come fuori dalla vita.

Una scelta appropriata che permette di restituire la parola letteraria alla dimensione da cui prende luogo e verso cui conduce, quella dell’immaginazione che dall’autore si trasferisce al lettore. Ed è così che un classico d’autore si traduce nel classico del teatro d’attore e di parola abbandonando però la struttura rigida del dialogo e accogliendo in pieno il flusso della narrazione.

È una scrittura crepuscolare quella di Maurizio De Giovanni, ironica e patetica insieme, che riesce a trasferire il senso della Napoli fascista attraverso bozzetti di luoghi e di personaggi di cui restituisce il colore emotivo. Con questo stile De Giovanni elabora un modo interessante di trattare il genere del giallo, lontano dalle attuali derive gelidamente chirurgiche delle serie televisive americane, alla C.S.I. per intenderci, e più vicino invece alle modalità degli scrittori nostrani come Camilleri, che nella fortunata serie televisiva ispirata al suo commissario ha però perso originalità nella spettacolarizzazione della violenza. A teatro, l’idea di un’investigazione che non si sviluppa unicamente come processo logico-razionale viene restituita dalla malinconia dell’ambientazione, dal patetismo, proprio della cultura partenopea, dei personaggi e della recitazione, i quali raccontano la violenza senza mostrarla, come fa la pagina scritta e come faceva il teatro greco.

Maurizio de Giovanni

Maurizio de Giovanni

La risoluzione dei casi per il commissario della Regia polizia, avviene sull’onda delle emozioni, e attraverso una profonda partecipazione interiore alle vicende umane in cui sono coinvolti vittime e assassini, a causa di una particolare empatia che gli deriva dalla straordinaria capacità di vedere l’immagine, “come in una pellicola”, di chi è rimasto coinvolto in una morte violenta e di poterne così cogliere gli ultimi istanti, le ultime emozioni e gli ultimi pensieri fino a sentirne il dolore.

Ricciardi può così raggiungere la consapevolezza che a muovere ogni delitto siano in fondo, “ tolti gli orpelli”, esclusivamente due sentimenti, due esigenze, profondamente radicate nel corpo e nell’anima di tutti: la fame e l’amore. Ed è infatti una storia di fame e di amore quella che Nico Ciliberti ci racconta nel cortile del Castello dell’Orto Botanico e lo fa con ironia e leggerezza restituendo ogni personaggio attraverso la modulazione dei dialetti, la mimica e i gesti mai caricati, in modo da tenerli sul filo, tra la macchietta e l’essere umano.

Nonostante qualche segno di stanchezza (forse dovuto ai problemi tecnici che hanno causato gli scoppi di suono al microfono durante lo spettacolo o ancora prima a questioni simili che si suppone siano stati all’origine dell’attesa che ha spazientito il pubblico) e nonostante la lunga durata dello spettacolo, la sua prova d’attore è stata valutata positivamente da una platea che contava parecchi lettori affezionati alla penna di De Giovanni e al personaggio del commissario Ricciardi.

 

Stefania Nardone

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