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Ha debuttato ieri sera al Mulino Pacifico di Benevento lo spettacolo di Zannoni, per la regia di Serao, che affronta la realtà della violenza e della morale perduta attraverso la storia di cinque “buone famiglie”.

 

P1070061L’Italia di oggi, con i suoi pregiudizi, le sue fobie, il suo rifiuto per il diverso (che in questo caso chiameremo immigrato semiclandestino), la sua sfacciata tenacia a difendere l’immagine perfetta di se stessa – poco importa se poi nella realtà, nell’intimo delle proprie esistenze e nel chiuso delle proprie famiglie, profondo sia il baratro di ciascuno –, la sua ipocrisia, il suo non rispetto delle leggi e la facilità di ricorrere ai soldi per appianare qualsiasi questione, rivive, con lo spettacolo Garage, ieri a Benevento Città Spettacolo (www.cittaspettacolo.it) al suo debutto nazionale, nello squallore di uno stretto seminterrato maleodorante di un condominio qualunque.

Tra condomini qualunque, che svolgono professioni qualunque – c’è l’insegnante, il giudice, il professionista  –, ciascuno con una famiglia e dei figli qualunque a cui badare, dunque all’apparenza persone normali, eppure sintesi di atteggiamenti e pensieri che non hanno nulla di “normale”, nulla che si possa oggettivamente accettare e avallare come giusto, eticamente corretto, moralmente ineccepibile.

Quale la causa che scoperchia il buco nero che li ha avviluppati (inconsapevolmente o no è irrilevante, se solo pensiamo che ciascuno dovrebbe avere una capacità di analisi e discernimento in grado di far assumere atteggiamenti critici nei confronti di quanto la società e i tempi sembrerebbero imporre)? Lo stupro di una giovane, minorenne, egiziana che vive, insieme alla madre, al piano terra del medesimo caseggiato in cui abitano anche le cinque famiglie protagoniste della storia. A compierlo i figli, anch’essi minorenni, di quelli che ora, alla presenza di un avvocato chiamato dall’amministratore del palazzo, pretendono di trovar una soluzione che metta tutto a tacere, non faccia trapelare nulla all’esterno e, soprattutto, non provochi conseguenze dannose alla loro carriera, al loro buon nome e a quello dei propri ragazzi che hanno solo compiuto una “bravata”.

Scritto da Marco Zannoni e diretto da Lello Serao (con l’assistenza di Carlo Caracciolo), è dunque uno stralcio della quotidianità apparentemente più insignificante, ciò che lo spettacolo mette in evidenza per affrontare un tema molto attuale e tristemente dilagante quale quello della violenza sulle donne, aggravata in questo caso dall’essere la vittima una straniera venuta in Italia a “rubare” lavoro agli italiani.

DSCF7032Efficace, per contrastare la drammaticità dei fatti e dargli rilevanza, la scelta di adottare – come spiega il regista – «una  lingua contemporanea, spedita e sagace, senza fronzoli» in cui è facile potersi riconoscere, «senza retorica né moralismi». La stessa linearità la si ritrova nell’interpretazione degli attori – Gianluca D’Agostino, Paolo Cresta, Marcella Granito, Patrizia Di Martino, Alfonso Capuano, Gennaro Piccirillo,  Annalisa Renzulli – ciascuno ben calato nel ruolo che ricopre, in particolar modo Cresta che ancora una volta veste con encomiabile naturalezza un ruolo assegnatogli, dandogli credibilità e veridicità. Bravi anche i tre giovanissimi attori in scena – Vincenzo Coletti, Vincenzo Esposito e Carlo Geltrude – che sanno ben rendere l’impaccio e lo stato confusionale a cui la vicenda li ha indotti; accanto a loro una altrettanto giovane Cecilia Lupoli, nel ruolo di Amira, alla quale è affidata la battuta finale (che qui preferiamo non svelare per non compromettere l’effetto sorpresa) con cui si chiude lo spettacolo, la domanda che è lasciata agli spettatori affinché ne scaturisca una riflessione e di conseguenza una risposta.

Assente ogni forma di colonna sonora (di cui non si avverte, ciò nonostante, la mancanza), incalzante è il ritmo con cui la storia si svolge (solo in alcuni passaggi appaiono ripetitive delle battute e inutili, ai fini dell’efficacia narrativa, delle informazioni dettagliate date allo spettatore) ed emotivamente d’impatto la scelta di interrompere bruscamente il tempo presente della narrazione per riportarlo indietro nel tempo, alle confessioni dei colpevoli, senza che ciò avvenga attraverso eclatanti soluzioni oppure trasformando la scena, ma semplicemente attraverso un cambio luci e, di conseguenza, d’atmosfera che si dimostrano essere molto validi.

Lo spettacolo è dedicato, con commozione, a Giammarco Serao e a tutte le donne costrette a subire soprusi.

Ileana Bonadies

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