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Lo spettacolo “Il cappotto” al Mercadante, in scena fino all’8 dicembre, racconta una società malsana che si specchia e si compiace di se stessa.

 

564_Il_cappotto_VittorioFranceschi_3_phRaffaellaCavalieriVittorio Franceschi ne Il cappotto, in scena fino all’8 Dicembre presso il Teatro Mercadante, indossa i panni dell’eroe tragico moderno Akàkij Akàkievic, vittima della routine quotidiana e della società corrotta, viziosa e volontariamente ridicola che lo circonda.

Franceschi, responsabile anche della trasposizione teatrale, riadatta il racconto del celebre romanziere russo Gogol’ riuscendo in una difficile riscrittura, che rispetta con fedeltà i temi e la moralità dell’autore senza tralasciare il suo carattere ironico e grottesco. Ne vien fuori, rispetto alla povertà dell’originale, un testo ricco di dialoghi che, magistralmente guidati dalla regia di Alessandro D’Alatri, divengono un flusso irrefrenabile che trascina lo spettatore all’interno del dramma fino alla sua conclusione.

Tutto gira intorno alla figura di Akàkij Akàkievic, un copista del ministero di Pietroburgo, uomo semplice e poco pretenzioso, che vede mutare la sua monotona vita dall’acquisto di un cappotto nuovo. L’intento registico è quello di restituire continuità alla sua vicenda, abolendo le interruzioni spazio-temporali, tipiche invece della narrazione scritta.

La scenografia di Matteo Soltanto, soffocata da cumuli di carte d’ufficio, a sottolineare la lenta e complicata burocrazia delle grandi e anonime metropoli, restituisce alla perfezione questo disegno, ricostruendo un ambiente unico in cui la vita di Akàkij si svolge: casa, ufficio, strade e negozi convivono tutti sul palcoscenico, accomunati da un grigiore che li avvolge e li consuma, specchio della triste vicenda che si svolge. Lo stesso grigiore polveroso e stinto avvolge i costumi, disegnati da Elena Dal Pozzo, e uniforma le insulse figure che percorrono una città spenta, trascinandosi avanti con stanca monotonia.

Il_cappotto_VittorioFranceschi_1_phRaffaellaCavalieriL’unica nota di colore è proprio nel nuovo cappotto, marrone cachi, di Akàkij, che, sotto le luci dei riflettori, si trasforma in una reliquia dorata che irradia il protagonista e il suo avvenire. Esso diviene il simbolo della rivalsa – non desiderata, anzi temuta – di Akàkij, ma di cui egli, dopo essere sceso a patti con le convenzioni sociali e aver assaggiato la vita più dignitosa alla quale non aveva neanche lontanamente aspirato, non potrà fare più a meno. Mentre nel racconto c’è una possibilità, seppur fantasiosa, di riscatto per il copista, nell’interpretazione di Franceschi la parabola umana di Akàkij si conclude con la perdita del suo cappotto, senza alcuna chance ulteriore.

La scelta di rispettare la cronologia originaria di Gogol’ e inscenare il dramma nella Russia del 1842, secondo gli stessi autori D’Alatri e Franceschi, sottolinea che da allora non è cambiato niente. Lo stallo in cui si muovono i personaggi è lo stallo in cui viviamo oggi, immersi nella routine e avvolti da una città burocratizzata e grigia. L’uomo comune contemporaneo, che come Akàkij ama il suo lavoro “perché non devo pensare ma solo copiare i pensieri di altri”, vive lo stesso dramma: intrappolato nel quotidiano non riesce ad astrarsi e a riflettere. Del resto, il filosofo e il poeta sono qui rappresentati come disadattati sociali e alcolizzati. Anche il sarto Grigòrij Petròvič, ben interpretato da Umberto Bertoloni, riesce a mandare avanti la bottega solo grazie alla figura della pratica e pragmatica moglie, soffocando il proprio desiderio di riscatto nell’alcool. La sua stessa aspirazione sociale, coltivata tramite un assiduo studio, lo ha invece reso orbo, rendendolo quindi un disabile della società.

Ma la volontà del regista e del drammaturgo non è un semplice parallelismo tra il 1842 e l’oggi, piuttosto rispecchia l’immobilismo, non del singolo, ma dell’intera società che non muta per secoli. Quindi l’intera messinscena, seppur rispettando ambientazione costumi e dialoghi di una possibile Russia zarina, è il manifesto della nostra realtà ed è questa la forza di un classico.

 

Alessia Santamaria

Teatro Mercadante
Piazza Municipio, Napoli
Tel 081 551 33 96
Orari:
Mercoledì 4 e giovedì 5 dicembre – ore 17
Venerdì 6 – ore 21
Sabato 7 – ore 19

Domenica 8 – ore 18

http://www.teatrostabilenapoli.it/

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