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La nuova produzione del Nuovo Teatro Sanità presenta una sintesi della violenza e del delirio  di cui sono sature le opere e la vita di Jean Genet.

 

Foto Rosaria Piscopo / Carmine Luino 2013 ©

Foto Rosaria Piscopo / Carmine Luino 2013 ©

Mario Gelardi ne Hotel Splendid, in scena al Nuovo Teatro Sanità fino al 8 dicembre, rilegge Splendid’s, dramma postumo e poco conosciuto di Genet, per la regia di Vincenzo Pirozzi. Mettere in scena Genet è già un’ardua scelta, ma affrontare un testo giuntoci incompleto è un’operazione coraggiosa, che implica un lavoro di rifinitura nel quale rispettare l’autore non è sempre facile.

C’è tutto Genet in Spledid’s: il romanticismo della violenza, la conflittualità della leadership, le pulsioni omoerotiche, le dinamiche di gruppo, la rappresentazione mediatica dei crimini, il rapporto tra i trasgressori e le forza dell’ordine, il travestimento uomo-donna, il destino ineluttabile. L’atto unico racconta infatti le ultime ore di una banda di rapinatori asserragliati in un hotel, circondati dalla polizia, e l’emergere di ostilità, contrasti e finanche crisi di identità tra loro.

Gelardi sceglie però di spostare la vicenda dai sobborghi parigini anni Quaranta alla Napoli del 1977, di ridurre i personaggi, di tradurre i dialoghi dallo slang della mala francese al napoletano e di accompagnare le scene con le canzoni di allora. Il drammaturgo ha spesso lavorato sugli anni Settanta – si pensi a Idroscalo 93, sulla morte di Pasolini – e li considera fondamentali per comprendere il presente e fare del teatro politicamente impegnato. La nuova collocazione temporale è inequivocabilmente espressa dagli interventi di una radio accesa sul palco, che sovrappongono due storie: il resoconto giornalistico dell’assedio della banda nell’hotel e l’uccisione a Bologna dello studente Francesco Lorusso da parte di un carabiniere. Questo fatto storico, realmente accaduto, innesca un chiaro parallelismo con la morte di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova nel 2001, riconnettendo la violenza politica e criminale degli anni Settanta ai giorni nostri.

Foto Rosaria Piscopo / Carmine Luino 2013 ©

Foto Rosaria Piscopo / Carmine Luino 2013 ©

Il risultato, curato nella regia di Pirozzi, ricalca il genere dei poliziottesco degli anni Settanta: il furore giovanile, il traffico di droga, l’utilizzo smodato delle armi, ovvero la realtà delle metropoli italiane di quel periodo. Anche i personaggi sono i belli e dannati tipici dei polizieschi all’italiana, dove ognuno impersona un certo tipo di delinquente, dal dandy all’esaltato. Vestiti in indovinati abiti che esprimono dichiaratamente la loro personalità, si muovono sul palco in maniera sempre convulsa, in un’atmosfera spasmodicamente tesa, con una recitazione di presenza fisica e corporeità oltremodo violenta. Il linguaggio complica la resa di questi personaggi, perché se da un lato essi parlano in dialetto napoletano, dall’altro gli autori hanno voluto rispettare la cifra stilistica di Genet e le sue espressioni alquanto auliche e desuete, quasi fuori luogo per dei rapinatori.

La scenografia, di Flaviano Barbarisi, ricostruisce astutamente l’interno di un hotel con quinte e pareti leggere, movibili dagli stessi interpreti, in modo che l’allestimento partecipi emotivamente ai movimenti degli attori e ai loro deliri, accentuandoli con luci forti e intense. Inoltre, la presenza di numerose porte, che vengono continuamente attraversate, esalta la concitazione della trama.

In conclusione, lo spettatore segue, sin dall’inizio, il climax degli eventi con la consapevolezza che i rapinatori non potranno sfuggire al loro destino, e guarda ad ogni tentativo di capovolgimento con malinconica rassegnazione. Inoltre, la nuova interpretazione di Gelardi e Pirozzi impone il plot narrativo come vera cronaca italiana degli anni Settanta e ciò provoca nella sala un’ulteriore partecipe amarezza. In questo senso, la difficile riscrittura teatrale può dirsi riuscita e la poetica di Genet, seppur stravolta su diversi piani, riaffiora intatta.

Foto Rosaria Piscopo/ Carmine Luino 2013 ©

Foto Rosaria Piscopo/ Carmine Luino 2013 ©

In occasione del debutto, abbiamo intervistato rispettivamente l’autore e il regista:

Mario Gelardi, come nasce la scelta di lavorare su Juan Genet?

Genet nasce dall’incontro mio con Vincenzo, tutti e due avevamo la voglia, non tanto di mettere in scena Genet, ma di affrontare questo testo di Genet. Perché Splendid’s non è stato praticamente mai rappresentato, ed è un testo non finito: l’autore ha completato probabilmente solo una prima stesura, infatti risulta pieno di refusi e di personaggi non definiti, che appaiono e scompaiono senza alcun motivo. Proprio per questo motivo  è stato pubblicato postumo, ed è introvabile. Questi sono stati i motivi che ci hanno indotto ad affrontare la sfida. L’altra ragione che ci ha portato a scegliere Splendid’s è che esso contiene molti temi assolutamente riportabili nell’attualità, o comunque più vicini al nostro mondo.

Per quale motivo ha deciso di ambientare il testo nella Napoli del 1977?
Personalmente lavoro sugli anni Settanta da molti anni, in particolare sul terrorismo, e sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Mi interessa molto il racconto dell’Italia degli anni Settanta, proprio perché credo che raccontando quel periodo si riesca a capire come siamo arrivati al nostro presente.

Il lavoro di Genet sulla scelta delle parole è per l’autore un momento fondamentale, che porta il linguaggio ad essere corroso e ambiguo. Nella sua riscrittura teatrale il linguaggio di Genet, è rivisitato o mantiene lo stesso stile dell’autore?
Ho cercato di mantenere il più possibile lo stesso linguaggio di Genet. Ritengo sia stata una delle scelte più difficili da affrontare.  In primo luogo, perché l’abbiamo portato in dialetto napoletano, ma la vera sfida è stata far passare come naturale un linguaggio che mantiene una sua poetica e, soprattutto, mantiene una sua retorica del crimine, che risulta sempre romantico. Così come romantici sono i personaggi: molto idealizzati, eroi, anche quando si sacrificano.

La maggior parte dei personaggi di Genet, attraverso una ribellione alle convenzioni sociali, raggiungono una nuova integrità morale. Splendid’s e, di conseguenza, la sua rilettura teatrale prevede questo tipo di catarsi?
L’impressione che si ha quando si legge il testo è di una storia che si scopre in corso. Genet racconta una rapina che è già avvenuta ed anche la vita dei rapitori è già avvenuta. Li si conosce nel momento in cui il loro carattere, la loro esperienza di vita è già formata. Quindi c’è una catarsi ma di una vita già espressa: è la fine della loro vita.

Che tipo di modifiche ha apportato al testo?
L’ho dovuto riordinare. Ho tagliato tre personaggi, perché l’impressione che si ha di loro, leggendo Splenid’s, è che non fossero definiti. C’erano delle caratteristiche e degli atteggiamenti che inizialmente erano attribuite ad un personaggio e poi, successivamente, senza motivo apparente, risultavano ad  un altro personaggio. Alcuni rapinatori apparivano nella scena iniziale e ricomparivano solo alla fine del dramma. Sembrerebbe che Genet non abbia avuto il tempo di mettere in ordine gli accadimenti. Io mi sono sforzato di fare il filologo del testo; è la prima cosa che ho cercato di fare. Mettere in scena l’originale, senza apporre modifiche, sarebbe sembrato pieno di errori drammaturgici. Infine, dato che si tratta di un atto unico della durata di cinquanta minuti, manca il tempo per riuscir ad approfondire correttamente otto personaggi, come prevedeva l’originale.

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Vincenzo Pirozzi, partendo dalle riflessioni sul testo, come ha affrontato la regia?
Questo testo, è stato forse il testo più sofferto per Genet. Lui voleva addirittura stracciarne le pagine! Lo ha ripreso solo successivamente, in carcere, nel periodo in cui sappiamo che Sartre e Cocteau lo aiutarono ad uscire, e questa sofferenza dell’autore l’abbiamo vissuta in prima persona affrontando il testo. Il testo è intimo ambiguo e sopra le righe, e questi sono i caratteri che ho voluto trasmettere attraverso la mia regia.

Che tipo di lavoro ha svolto con gli attori?
Abbiamo cercato di restare fedeli al testo originale con i cambiamenti apportati da Mario. Per i problemi legati al linguaggio, riconosco che è stato complicato poter essere moderni, fedeli agli anni Quaranta, utilizzando spesso frasi o parole in disuso.

 

Alessia Santamaria

Nuovo Teatro Sanita’
Piazzetta San Vincenzo, 1, Napoli
Tel 339 6666426
Orari:
dal 5 al 8 dicembre – ore 21
Prezzo: intero €10, ridotto € 8

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