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Violenza e malinconia, rabbia e infelicità per i personaggi scritti da Osborne che tornano in scena con la regia di Melchionna.

Foto Tommaso Le Pera

Foto Tommaso Le Pera

Animali chiusi nella gabbia della loro insoddisfazione, delusione, rassegnazione. Giovani decisi a immaginarsi piccoli scoiattoli o orsi piuttosto che donne e uomini pur di sfuggire dalla realtà e distinguersi dalla razza umana così devastata. Il testo di John Osborne, Ricorda con rabbia, a distanza di quasi sessant’anni dal debutto, torna in scena diretto e riadattato (insieme a Gabriella Schian) da Luciano Melchionna, con Stefania Rocca, nei panni di Alison, Daniele Russo, in quelli di Jimmy, Marco Mario de Notaris, in quelli di Cliff e Sylvia de Fanti, nel ruolo di Helena.

In scena al Teatro Bellini fino a domenica 15 dicembre, lo spettacolo, diviso in due atti,  racconta la storia di una coppia (Alison e Jimmy): di origine familiari diversissime – benestante lei, nullatenente lui – hanno caratteri e personalità contrapposte. Rivoluzionario, idealista, arrabbiato il marito, silenziosa, remissiva, pusillanime – come la apostrofa con disprezzo Jimmy – la moglie. Abitano in un grande deposito occupato da elettrodomestici (ad evocare l’aborrito consumismo, come scrive nelle sue note il regista) adibito ad appartamento di fortuna; con loro vive Cliff, amico di entrambi, e con Jimmy gestore di una bancarella di dolci. Li conosciamo per la prima volta mentre sono intenti a trascorrere una annoiata domenica in casa: Alison a stirare, i due uomini a commentare svogliatamente le notizie del giornale. Attraverso i loro discorsi ecco però emergere la storia dei due protagonisti, e ciò che li ha condotti fino a quale momento: dalla prima volta che si sono incontrati, alla non accettazione di lui da parte della famiglia di Alison, all’acredine sin dal primo momento esistito tra la famiglia di lei e Jimmy, al disprezzo mosso dall’uomo nei confronti delle vecchie amicizie della moglie, Helena in primis. È Jimmy soprattutto a parlare, a urlare la sua rabbia, la sua insofferenza: i suoi interlocutori si limitano ad ascoltarlo, a rispondergli per monosillabi. Sembrano abituati a sopportare ciò che vomita contro tutto e tutti, non provano neanche più a difendersi e a reagire alle sua accuse di impassibilità, stupidità, flemma. Cerca emozioni Jimmy, cerca qualcosa che lo faccia sentire vivo, che lo entusiasmi, ma nulla di ciò che lo circonda – che siano cose o persone – è in grado di soddisfarlo.

La sua, spiega Melchionna, «è l’ira di chi è stufo dell’arroganza e dell’inconsistenza di finti moralismi, delle convenzioni e delle ipocrisie sociali che non lasciano spazio né consolazione alle persone», e in tale indolenza non è difficile riconoscere tratti tipici anche della generazione attuale (sebbene Osborne abbia raccontato quella degli anni ’50), in ciò ritrovando, dunque, una immutata attualità. Che partendo dalla storia di due persone si amplifica e diventa esperienza in cui molti si potrebbero riconoscere, sia in termini di recriminazioni (contro ciò che è stato detto e fatto nel passato), che di sogni infranti e ideali calpestati. Eppure non è l’immedesimazione l’effetto che si determina ad ascoltare ciò che i personaggi dicono e vivono, piuttosto una sensazione di insofferenza è quella che si avverte e che accompagna l’intera visione. Limite forse di chi scrive il non essere entrata in sintonia col testo (eppure potenzialmente vicino alle proprie corde e al disagio di cui si fa portavoce) o, più precisamente, con alcuni passaggi del testo che si avrebbe voluto scatenassero reazioni emotive diverse nei personaggi. Ad accentuare questa percezione di distacco e lontananza dalla narrazione probabilmente, però, anche l’interpretazione con cui la Rocca e Russo tratteggiano i loro personaggi: sebbene espressione di un atteggiamento che volutamente vuole essere arrendevole, per la prima, e rabbioso per il secondo, entrambi sembra manchino di conferire uno spessore sentimentale ai loro stati d’animo che restano, pertanto, “recitati” piuttosto che realmente “provati” sulla pelle di ciascuno. Più in parte de Notaris che bene rende il ruolo del “mediatore” dei conflitti, sia interni (i propri) che esterni (quelli altrui in cui resta coinvolto), così come la figura della de Fanti chiamata ad essere la confidente che sprona all’azione, per poi ritrovarsi ella stessa metaforicamente immobilizzata in una storia d’amore e d’invettive che non è e non potrà mai essere sua e che per questo – come ammetterà – non può darle felicità. Infine, lo sventramento del palcoscenico con conseguente eliminazione del fondale e delle quinte (al fine di riprodurre la scena di un magazzino) sembra incidere negativamente sul sonoro con la conseguenza che si fatica in alcuni momernti a comprendere quello che si sta dicendo. Ben concepita, invece, la regia che conferisce una buona dinamicità al racconto (lo spazio scenico è occupato totalmente dagli attori in continuo movimento), ed è validamente supportata dal disegno luci a cura di Camilla Piccioni e dalla colonna sonora, alla cui consulenza ha lavorato Giovanni Block.

Al termine, il lieto fine trionfa ma la gabbia resta (e il sipario-saracinesca ottimamente ne esalta l’aspetto claustrofobico) così come il sospetto che tutta la rabbia messa in circolo sia stata (purtroppo) soltanto inconcludente.

Ileana Bonadies

Teatro Bellini
Via Conte di Ruvo, 14 – Napoli
Contatti: 081 549 12 66 – botteghino@teatrobellini.it
www.teatrobellini.it
Orari: feriali ore 21 – domenica ore 17:30

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