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Pippo Delbono porta in scena al Piccolo Bellini il suo diario di bordo, raccontando la vita, il teatro, le persone.

 

Foto Simone Goggiano

Foto Simone Goggiano

La famiglia, le conoscenze acquisite e gli incontri sono ciò che condizionano maggiormente la vita, i sentimenti e la coscienza di un uomo trasformandolo in una persona, e spesso portano ad intraprendere strade nuove cambiando quella persona in un artista.

Il percorso che ha portato Pippo Delbono a diventare un artista poliedrico e acclamato dal pubblico, è costellato di molteplici e diverse esperienze, come lui stesso ci racconta nel suo spettacolo Racconti di Giugno, nato come conferenza nel 2005 a seguito della partecipazione ad una serie di incontri sul tema dell’amore, e in scena al Piccolo Bellini fino al 22 dicembre.

Solo sul palco, una bottiglia d’acqua, una sedia e un tavolo a far da scenografia, inizia come una conversazione informale, tra commenti sul pubblico e battute, il suo monologo: un viaggio che parte dalle origini, dalla sua cattolicissima famiglia “anche prima di duemila anni fa”, attraversa l’infanzia, le prime rivelazioni e considerevoli esperienze di vita, e ripercorre i più significativi eventi ed incontri, che ruotano spesso intorno al mese di giugno, quello della sua nascita. Conosciamo così alcune delle figure, delle persone che hanno lasciato una traccia e contribuito alla formazione di colui che dal palco ci racconta la sua vita: la madre, il capo scout e il prete, l’amico-compagno di tante avventure, Pepe Robledo, Bobò e tanti altri. Accompagnati da una discreta ma coinvolgente colonna sonora, ripercorriamo la strada che lo ha portato attraverso “la curiosità per gli altri”, alla scoperta della sessualità, della droga, dei propri limiti, e infine al mondo del teatro negli anni Ottanta da cui ha iniziola sua lunga e interessante carriera artistica. La narrazione avviene con toni sempre diversi, ed è un continuo alternarsi di momenti ilari a considerazioni più drammatiche, spesso presentate con disarmante candore e naturalezza, come se tutto facesse parte dell’ordine naturale della vita. Durante questo raccontarsi incessante varie sono le parentesi che Delbono apre sulla genesi dei suoi spettacoli, inserendo letture di brani, riflessioni personali e considerazioni “urlate” cosi come è nella cifra stilistica delle sue opere dove il corpo e la voce giocano un ruolo fondamentale.

Da spettatori ci si sente osservati, coinvolti e rapiti da questo uomo, questo artista, che è capace di emozionare anche raccontando semplicemente della propria vita, che è stato in grado di portare fuori da un manicomio e poi in scena un piccolo uomo sordomuto ed analfabeta, di far recitare un ex clochard e un ragazzo down, «perchè ritenuti tra i più capaci ed abili ad incarnare la visione poetica di un teatro basato sulle persone e non sui personaggi, un teatro non psicologico, lontano dai cliché insegnati nelle scuole e nelle accademie», di esplorare i confini della società e dell’uomo, la rabbia e il dolore, omaggiando di continuo gli ultimi ed esaltando sempre la gioia e l’attaccamento alla vita. Alla fine, dopo le tante parole dette, urlate, sussurrate, lo spettacolo si conclude usandone solo tre: le si potrebbe interpretare come tre sintetiche definizioni o aspetti caratterizzanti il suo io agli occhi di chi si ferma alle apparenze ma in realtà, ciò che nascondono, è un mondo più complesso e affascinante, «quel qualcosa di se stessi mai detto forse perché mai chiesto».

Irene Bonadies

Piccolo  Bellini
Via Conte di Ruvo, 14 – Napoli
Contatti: 081 549 12 66 – botteghino@teatrobellini.it
www.teatrobellini.it
Orari: ore 21:15 – domenica ore 18:00

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