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Moni Ovadia sceglie il Teatro Nuovo come casa accogliente per la narrazione delle sue origini. In scena fino al 16 marzo.

Fonte foto: ufficio stampa

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Sul palco del Teatro Nuovo fino a domenica 16 marzo, va in scena il cabaret dotto di Moni Ovadia, Cabaret Yiddish.
Da sempre attento, nei suoi spettacoli, al mondo degli Ebrei, la comunità di cui fa parte, non come credente, ma per un forte senso identitario, Ovadia racconta la storia di questo popolo, o per meglio dire svela pregi e difetti di una cultura troppo spesso nota solo per il subìto eccidio nazista.
Come un affabulatore con tono colloquiale si presenta al pubblico vestito solo di un sereno sorriso che fa calare in teatro un’atmosfera familiare.
Non si tratta di un viaggio strutturato secondo una direttrice cronologica e oggettivamente definita tramite le vicende storiche, ma più che altro si tratta di un vademecum d’istruzioni per capire la cultura chassidica e mitteleuropea.
Per apprendere a pieno i colori, i profumi e gli umori della tradizione ebraica, il cantastorie definisce due capisaldi: 1) lo yiddish, la lingua dell’esilio, di un popolo errante e non di una identità nazionale e geograficamente circoscritta; 2) lo witz, la tipica storiella ebraica, espressione dello spiccato senso di autoironia, ben diverso dalla derisione antisemita.
Dopo aver messo a fuoco le chiavi di lettura della pièce si può procedere. Ed ecco che cominciano i racconti e gli aneddoti alternati alle note suggestive e coinvolgenti della musica Klezmer. Infatti in scena, a fare da cornice al narratore, ci sono altre quattro sedie attorno a lui, quelle dei quattro musicisti: Maurizio Dehò al violino, Luca Garlaschelli al contrabbasso, Albert Florian Mihai alla fisarmonica e Paolo Rocca al clarinetto.
In questa altalena di parole e canzoni, si delinea forte il ruolo unificatore e universale della musica che, nonostante l’incomprensibilità di una lingua che non appartiene ai più in sala, attraverso l’interpretazione e una danza appena accennata da Moni Ovadia, amplifica le emozioni.
La leggerezza e la profondità convivono nell’affastellarsi degli spunti di riflessione che emergono prepotenti dalla narrazione dei due veri protagonisti: lo Yiddish e la musica Klezmer, appunto. Durante l’esilio, condizione sofferta dagli Ebrei che, come naviganti, hanno oltrepassato terre ed epoche, lo yiddish, ovvero mameloshn (“lingua-mamma”), loro unico punto di riferimento e di aggregazione, li ha guidati sempre nella malinconia e nei moti dell’anima.
Per circa due ore gli spettatori sono rapiti da questo cabaret di classe, vecchia maniera. Nessun orpello, nessun gioco di luci distrae dalla messinscena essenziale, arricchita solo dalla voce di Ovadia e dalle corde e dai tasti degli strumenti. Di primo acchito ciò potrebbe far risultare la rappresentazione monotona in alcuni passaggi, ma a conti fatti tutto è necessario e non si sarebbe potuta operare nessuna sottrazione e nessuna aggiunta, superflua per soddisfare la curiosità dei presenti.
Più che un’apologia del mondo ebraico si cerca uno spettacolo dall’accento velatamente antirazzista, corda toccata solo nel finale con il ricordo delle vittime nei campi di concentramento. Ovadia lo fa con dolore, in un canto-lamento, e con intelligenza accenna ad un’umanità ormai perduta, mettendo in luce che il razzismo non è altro che mancanza di conoscenza, ignoranza e paura per ciò che non si comprende, così rendendoci partecipi dei segreti di un popolo bistrattato dal comun pensare, con quel sottile senso critico ed autocritico che solo la cultura può generare.

Antonella D’Arco

 

Teatro Nuovo
Via Montecalvario, 16-Napoli 80134
Orari spettacoli: ore 21.00 (feriali), ore 18.30 (domenica)
Info e prenotazioni:
Tel: 081 497 62 67; email: botteghino@teatronuovonapoli.it

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