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A Il Pozzo e il Pendolo Paolo Cresta recita Maurizio de Giovanni, in un racconto che abbraccia abilmente alto e basso, senza la paura dei luoghi comuni.

unnamedC’è del vero nella storia nata dalla penna di Maurizio de Giovanni, un comune sentimento che non richiede altro che essere registrato. Paolo Cresta, accompagnato da Giacinto Piracci alla chitarra, recita a Il Pozzo e il Pendolo la vicenda di Luiz, un napoletano atipico come molti (volendo pensare ad un gioco di parole calzante), uno studioso emigrato per ragioni di lavoro che non ha apparentemente motivi seri per ritornare, seppur sporadicamente, a trovare la sua famiglia. Personaggio schivo, solo, non sposato, che ha dedicato alla ricerca e allo studio tutta la sua vita, essendo la sola cosa che sia in grado di fare, il solo cordone ombelicale che lo lega a Napoli è una sfrenata ed irrazionale passione calcistica per la squadra della città, nata in virtù di un sodalizio emotivo col padre capace di avere luogo solo sugli spalti di uno stadio. Luiz sceglie di tornare, proprio per il padre, che da un letto di ospedale chiede di vederlo un’ultima volta prima di morire. E non sarà un’ultima volta qualsiasi. 

A priori pare una manovra architettata a tavolino, studiata in modo meticoloso per riuscire a toccare opportunisticamente dei luoghi emozionali e tematiche popolari facili da esaltare: emigrazione, malattia, calcio, Maradona (a Napoli). La verità è che davanti alla buona scrittura e alla recitazione di livello non vi è luogo comune che sussista concretamente. Se non altro perché sappiamo che lo stesso luogo comune non nasce dal nulla, e che richiede sempre il racconto di sé. De Giovanni racconta una storia che se non è vera pare esserlo, Cresta la recita come se Luiz fosse lui, per davvero.

Quando queste dinamiche si palesano (non è cosa tanto puntuale e frequente), si innesca un meccanismo in cui ci si esime dall’espressione di un qualsiasi pregiudizio di genere. La verosimiglianza della storia di Luiz condurrebbe persino i più scettici e integralisti oppositori del genere a riconoscere che il calcio, di per sé ritenuto da tutti una scienza inesatta, in una città come Napoli trova il terreno perfetto per la dimostrazione della matematica in esso insita: è abile a sollevare emozioni, generare brividi sinceri, scatenare un’inattesa chimica umana, aggregare le persone come pochi fenomeni al mondo riescono a fare.

L’operazione si ritiene infine doppiamente riuscita per un semplice motivo, risalente ad una consuetudine storica, ovvero l’avversione dello spettatore comune di teatro verso tutto ciò che è prevedibile, già sentito (che è equiparabile all’avversione del comune spettatore televisivo alla visione di materiale “impegnativo”). La narrazione di Luiz torna a casa non spicca certamente per originalità di contenuti, ma si eleva senza dubbio per qualità del racconto: la solita questione della difficoltà di unire basso ed alto, abbracciando così un ampio specchio di spettatori. Impresa dall’elevato coefficiente di difficoltà se, prima di arrivare al pubblico, ha da affrontare lo step preventivo di superare l’ostacolo del comune snobismo.

 Andrea Parrè

Il Pozzo e il Pendolo
piazza San Domenico Maggiore 3, Napoli
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