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La sala di San Giovanni a Teduccio ospita un’interessante opera del Teatro KappaO sul rapporto tra naufragio fisico e deriva umana.

“Πολλά τά δεινά κουδέν ανθρώπου δεινότερον πέλει”
“Molte potenze sono tremende, ma nessuna lo è più dell’uomo”
Sofocle, Antigone, v.332

Foto Andrea De Meo

Foto Andrea De Meo

Ogni qual volta una storia – inventata o reale – riesca ad avvincere e ammaliare colui che l’ascolti, si è di fronte ad un prodigio. Ogni qual volta la Storia, coi suoi eventi minuti o grandiosi, giubilari o drammatici, riesce a penetrare nella carne e nei sogni degli uomini, sfigurandone i sistemi di valori, sbaragliandone le certezze, allora si assiste ad un duplice miracolo: alla malia della parola che irretisce si aggiunge il fatto che ciò che si dice è stato e rappresenta pertanto, con tutte le implicazioni del caso, un patrimonio per l’intera umanità.

Maredentro, di e con Gianni Tudino, per un progetto teatrale del Teatro KappaO, che sarà in scena a Sala Ichos fino a domenica 23 marzo, prende il largo – verso la deriva fisica e mentale –  da un fatto storico tristemente reso celebre dall’arte di Gericault: il naufragio della zattera della Medusa, cui non sopravvissero che pochi uomini dei 147 precedentemente stipati sulla stessa zattera.

La piece, che si apre con un’introduzione storica puntuale, la quale permette allo spettatore di non smarrire il contatto con la realtà storica della cosa, narra la genesi del dipinto di Gericault e la fenomenologia delle sue emozioni: il pittore è in scena seminascosto da un grande telo bianco, diaframma tra attore e spettatore, che è in realtà una tela; egli è alle spalle del quadro e ci conduce dentro la sua arte e le elucubrazione da cui questa scaturisce, dentro la tentata identificazione coi superstiti, dentro a un mondo fatto di acqua e di terrore putrefatto, vita che non può essere vissuta, morte che infuria e senza posa.

L’acqua pervade la scena e la mente, l’acqua è dovunque nell’allucinata alienazione del pittore, ma essa non può essere bevuta e da lei non si può fuggire: non resta che sopravvivere, folli, calpestandosi, e rinnegando la “civile” natura umana, nella disperata ambizione di  restare in vita, con l’esaltazione concitata degli assassini, che succhiano i corpi e il sangue e le anime altrui per mantenersi vivi. Occorre scalare le membra, scavalcare i brandelli dei compagni di viaggio, issarsi come bandiera sulla pira dei defunti.

Lo studio di Gericault pullula di arti mozzati, coi quali viene addobbato il maestoso cavalletto, il quale ormai, all’esaltata follia dell’artista, si mostra come colonna umana sulla quale slanciarsi, alto e visibile, in mezzo alle acque tempestose e profonde del mare d’Africa, alla ricerca di qualcosa in lontananza – forse una vela – che deve pur esserci.

Il naufrago, alla deriva nelle acque e dentro se stesso, torna con la memoria ai nomi, agli occhi degli sventurati che hanno condiviso con lui la disperazione delle onde e della vita che se ne va e della barbarie estrema – unico mezzo per procacciarsi un solo attimo in più, un goccio di vita in un mare potente e funesto -, chiudendo le palpebre sull’ “uomo che mi guarda e non mi uccide, una vela bianca all’orizzonte”.

Il cerchio si chiude con l’uscita dalla cornice del dipinto, sul nostro protagonista che, rimossa la cesura del telo fra sé e platea, confessa al pubblico l’inutilità d’ogni salvazione: per i reduci dal ventre del mare nessuna salvezza, perché ormai quel mare, che ha impregnato persino le ossa, non è più elemento esterno che incomba da tutte le direzione, perché ormai quel mare è dentro.

La messinscena, che si giova di un accorto uso di luci, proiezioni, suoni e musiche, a tratti rievoca la potenza dell’opera d’arte di Gericault e ne esalta il motivo quasi sacrale dell’umanità naufragata per sua stessa mano, mentre altrove la stessa assillante ridondanza della esaltata alienazione del personaggio sembra sminuire la tensione drammatica. Ad ogni modo, la sinestesia generata convince e la piece rende onore alla storia.

  Antonio Stornaiuolo

 

Ichos Zoe Teatro
Via Principe di Sannicandro, 32/A – San Giovanni a Teduccio, Napoli
Inizio delle rappresentazioni ore 21.00 (dal venerdì al sabato), ore 19.00 (domenica)
Info e prenotazioni: Ichòs Zoe Teatro 3357652524; 081275945.

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