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Dal 1 al 13 aprile al Teatro Bellini Gabriele Russo dirigerà l’ambiziosa trasposizione del testo teatrale di Anthony Burgess, autore del romanzo da cui nacque il capolavoro filmico di Stanley Kubrick. A Morgan il compito di riscrivere le musiche.

Foto Francesco Squeglia

Foto Francesco Squeglia

Scritto da Anthony Burgess dieci anni dopo l’uscita di Arancia Meccanica di Kubrick che a sua volta si era ispirato proprio al romanzo distopico dello stesso Burgess, il testo teatrale originale – caratterizzato da una predominante parte musicale che si alterna al linguaggio tipico dei quattro drughi – ritorna in scena nel nuovo allestimento diretto da Gabriele Russo.

L’operazione del regista napoletano, che debutterà al Teatro Bellini il 1 aprile (repliche fino al 13 aprile) con un ricco cast formato da Alfredo Angelici, Marco Mario de Notaris, Martina Galletta, Sebastiano Gavasso, Alessio Piazza, Daniele Russo, Paola Sambo, si può intendere come una via di mezzo tra il romanzo, il film e il testo teatrale, con il primo che funge da cardine, l’opera di Kubrick che è chiaramente un termine di paragone col quale la trasposizione teatrale dovrà fare i conti (se non altro per quel che concerne il giudizio del pubblico), infine il testo teatrale di Burgess, dal quale Russo dice di aver estrapolato la sostanza, abbandonando l’idea della commedia musicale integralista.

A suggellare e impreziosire, per qualità ma anche, diciamolo, popolarità, questa operazione, sostenuta dalla Fondazione Teatro di Napoli e dal Teatro Nazionale del Mediterraneo, ci sarà Marco Castoldi, in arte Morgan, che ha rielaborato le musiche della messinscena Presente alla conferenza stampa di presentazione dello spettacolo, il popolare musicista – grato di aver preso parte al progetto – ha dichiarato: «Nel film le musiche consistevano in rivisitazioni elettroniche di musica classica ed io ho sempre amato l’idea della sperimentazione sulla musica classica, ma non ho mai apprezzato particolarmente il lavoro di Carlos fatto per il film. Perciò quando Gabriele mi ha parlato del progetto ho subito pensato che ci aspettasse lo spettro di queste musiche e di Kubrick in particolare». Invece totale è stata la libertà riconosciuta al compositore di riscrivere la colonna sonora così assecondando il suo interesse ad occuparsi della deformazione musicale: «In questo senso sono stato favorito dal fatto che la rappresentazione riporti quanto accade nella testa di Alex, dunque ciò su cui ho lavorato provando a dare sfogo a tutta la violenza che questo romanzo comunica sono musiche che partono in modo fedele dall’originale per poi essere totalmente stravolte, proprio in riferimento al suo delirio».

Quanto alle caratteristiche della messinscena è lo stesso Gabriele Russo a tracciare le linee guida perseguite: «L’adattamento di Burgess prevedeva circa 60-70 personaggi, cambi scena e musiche: per l’impegno che richiedeva, dunque, era quasi impraticabile. Io ho provato a ridurre tutto all’osso, e a lavorare con gli attori in modo che tutti potessero partecipare a questa macchina teatrale, interpretando più personaggi e così ricreando il mondo che ruota attorno ad Alex, la riproposizione dei cui pensieri, di ciò che accade nella sua testa, è il fulcro centrale dello spettacolo».

Al tempo molte furono le critiche a Kubrick per la violenza esplicita che il film rappresentava, un rischio dietro l’angolo che Russo e lo scenografo Roberto Crea hanno evitato tramite vari escamotage: «Pur presente nel testo, nei rapporti umani, abbiamo cercato di rappresentare la violenza in modo non esplicito e iper realistico, e a tal fine abbiamo fatto un lavoro accurato proprio sulla modalità di rappresentazione della stessa».

Foto Francesco Squeglia

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Per quanto attiene l’estetica, ulteriore termine di paragone rispetto alle versioni precedenti, anche in questo caso lo spettacolo non farà riferimento a Kubrick. Ad esempio per quel che riguarda l’abbigliamento, i costumi saranno moderni ed attuali. A tal proposito parla la costumista Chiara Aversano: «Mettere in scena un testo relativo ad un film che ha cambiato la storia del costume ci ha portato alla necessità di rivedere il tutto. È lo stesso testo che ci suggerisce più modi di vedere le cose. Noi abbiamo pensato a ragazzi che festeggiano tramite la violenza, i loro costumi, pertanto, consisteranno in uno smoking con una parte superiore in pelliccia, che ci riconduce ad uno stadio primordiale».

Resta vivo un interrogativo, cui si potrà dare risposta solo dopo la visione dello spettacolo, e che noi di “QuartaParete” abbiamo rivolto direttamente ai protagonisti, ovvero capire se quella libertà di scelta che sta al centro dell’intera opera di Burgess, se la libertà reinterpretativa e lo stravolgimento di una delle opere filmiche meglio riuscite del ‘900 sia stata una tendenza naturale, oppure il frutto di una pur lecita auto-imposizione a prenderne le distanze: se insomma il rischio di cadere nell’imitazione abbia contribuito a comprimere l’intenzione di ispirarsi a Kubrick. Ha risposto Russo: «Non si è trattato di prendere le distanze dal film, ma quando ho iniziato a leggere il testo l’ho inteso subito come un testo teatrale altro, autonomo, indipendente, che in qualche modo ricordava molto meno il film, anche meno del romanzo. Per cui non ho avuto l’esigenza di staccarmi dalla cosa sebbene abbia dovuto confrontarmi con il rischio che chi verrà a teatro possa aspettarsi di vedere i drughi vestiti di bianco e quant’altro. È per questo motivo che il primo giorno di lavoro con gli attori abbiamo concordato di dimenticare il film, per quanto è probabile che nella testa resti. Anche le scene sono diverse in senso estetico: nel film c’è un forte riferimento al bianco, nel nostro lavoro è tutto più dark».

 Andrea Parrè

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