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Il testo di Shakespeare inscena al Mercadante una tragedia dalle tinte forti e di dimensioni monumentali.

Foto Fabio Donato

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Antonio e Cleopatra di William Shakespeare, per la regia di Luca De Fusco, chiude con le repliche al Mercadante (in scena fino al 6 aprile) la tournee che l’aveva visto partire lo scorso anno, dallo stesso teatro, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia. Il testo, tradotto da Gianni Garrera, è stato messo in scena strutturando tutto l’allestimento sull’equilibrio precario tra due poli: il teatro, con il ventaglio di forze intrinseche proprie di questo strumento, ed un versante espressivo alternativo, per svariati versi preponderante, quello della proiezione video.

Accade così che la scena si presenti, si ramifichi e si evolva completamente dietro un enorme tulle nero (tranne per sporadici casi in cui alcuni dei personaggi si fanno spettatori della stessa azione scenica, passando al di qua dello schermo), che contribuisce a fornire un effetto di buio siderale, di sospensione sul vuoto della tragedia. Fungono allo stesso scopo illuminazioni decisamente circoscritte e localizzate, sempre molto perpendicolari, per tratteggiare in un costante gioco di ombre, le fisionomie dei romani e degli egizi. Si ripercorre in questa atmosfera la vicenda di amore e di guerra di Marco Antonio che, innamorato di Cleopatra, si tiene lontano dalle responsabilità di governo sull’impero romano e dagli obblighi coniugali. La morte della moglie spinge il triumviro a tornare a Roma prima, e a sposare poi Ottavia, sorella di Cesare, per appianare divergenze e tensioni con il condottiero che, per la storia, sarebbe divenuto Augusto.
Lo scontro intestino al fronte romano si fa inevitabile quando Antonio fugge ad Alessandria, attirando Cesare Ottaviano in Oriente: seguiranno scontri in mare e in terra segnati da incomprensioni, gelosie e riconciliazioni tra il generale in declino e la regina d’Egitto. Alla passione conseguirà la sconfitta e la morte degli amanti, in un vortice di sentimenti e di speculazioni sugli stessi che restituiscono personaggi straordinariamente profondi. Visivamente resi dalla regia come spettri, cerulei e statuari nell’aspetto, richiamano con le corporature e gli abbigliamenti l’immaginario scultoreo della classicità mentre il dominio di bianco e nero, e delle tonalità ad essi più prossime, colora ugualmente un mondo distante nello spazio e nel tempo.

Foto Fabio Donato

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Sulla stessa linea che costituisce l’ambiguità dei protagonisti, è costruita la dicotomia che regge lo spettacolo. De Fusco affianca in primo luogo teatro e proiezioni video – a cui si fa un ricorso tanto generoso, che parlare di “cinema” non appare esagerato, – in una commistione che propone reiteratamente primi piani e particolari degli attori in presa diretta, intermezzi ed effetti speciali riprodotti in proporzioni giganti sullo schermo di tulle. L’effetto cinema che emerge da quell’equilibrio precario di cui sopra, tange la scena, ma a tratti vi collide: la soluzione ostensibile è d’indubbio fascino, desta un interesse entusiasmante fino a che non rasenta il ripetitivo, esaurendo presto la portata indagatrice che la giustificava.
La risultante finale di questa impostazione scenica sta in una prolungata staticità: il corpo degli attori (su tutti, ottimi i due protagonisti Luca Lazzareschi e Gaia Aprea) resta quasi sempre imprigionato in pochi fasci di luce e, a parte rari momenti, tocca la fissità marmorea a cui rimanda esteticamente. Tantomeno fuga questo inconveniente la scenografia di Maurizio Balò, che incastona gli interpreti tra i gradoni che costituiscono il mausoleo dove Cleopatra si ucciderà, una piramide di teschi che incombe sul dramma con il suo significato mortifero. Particolare attenzione merita l’avanzata dimensione sonora resa dal sistema Wavefield Synthesis (diffusione in 3D del suono), a cura di Huber Westkemper.

Il senso che finalmente si coglie da un allestimento tanto raffinato nella forma è, per paradosso, di occasione mancata: per quante complicazioni implichi un testo teatrale in situazioni ed ambientazioni, il potere evocativo del teatro è apparso manifesto solo in minima parte. La poetica shakespeariana viene restituita non come un rafforzamento, come una possibilità che con l’humus teatrale può inspessire l’albero dell’immaginazione, ma come un impaccio da diluire apportandovi una soluzione altrettanto densa. I due tratti, quello scenico e quello filmico, si sovrappongono come due matite leggere che, sommando i segni, creano una linea inaspettatamente dura e slabbrata, un filo ingannevole per un equilibrio molto precario.

Eduardo Di Pietro

 

Teatro Mercadante
piazza Municipio 1,  Napoli
Tel. 081 551 33 96
Email: info@teatrostabilenapoli.it
Sito: http://www.teatrostabilenapoli.it/

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