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Semplicità e ironia per raccontare storie e stati d’animo tutt’altro che banali. Exit di Fausto Paravidino è in scena al Piccolo Bellini fino a domenica.

Foto Cesare Abbate

Foto Cesare Abbate

Una coppia che scoppia, quattro personaggi che incrociano i loro destini alla ricerca di rapporti che conferiscano equilibri alle proprie vite, una storia che – per ammissione del suo stesso autore – vuole essere un “giocare al teatro” senza ulteriori sovrastrutture che le conferiscano significati nascosti o esemplari.
Eppure Exit, scritto e diretto da Fausto Paravidino, in scena al Piccolo Bellini di Napoli fino a domenica 6 aprile, dietro alla sua apparente semplicità, mostra una capacità di indagine e approfondimento dei rapporti umani tale da assumere un valore ben più alto di quello che un primo sguardo potrebbe lasciare intendere. La forza di ciò sta nella capacità dello stesso Paravidino di ricreare in scena una situazione universale, di quelle in cui ciascuno si può riconoscere o di cui può essere stato addirittura protagonista, e raccontarla con un tono lieve e divertente che però è alle emozioni più profonde di ciascuno dei personaggi che attinge.

Punto di partenza della vicenda una coppia, A e B, molto amatasi un tempo, ma ormai arenatasi sul bagnasciuga della incomprensione, facile irritabilità, stanca attrazione fisica, con solo talvolta dei ritorni di allegria, passione, complicità che però velocemente scompaiono senza lasciare tracce significative nella vita di ciascuno dei due. Priva di figli, inizialmente non voluti, poi non arrivati, la coppia si trascina fino a quando lei, una ironica e profondamente leggera Sara Bertelà, non decide di interrompere definitivamente il loro rapporto. Da questo momento in poi, i problemi e i motivi di tensione che li avevano afflitti fino ad allora, non appaiono più come “affari interni”, ovvero panni sporchi da lavare in famiglia, ma li costringono – volenti o nolenti – a relazionarsi con l’esterno (gli affari ora diventano “esteri”), a confrontarsi daccapo con chi si conosce per la prima volta, a osservare il mondo da un altro punto di vista seppure quel mondo è quello frequentato da sempre, e non dovrebbe presentare sorprendenti attrazioni.
E invece, ecco C (la brava Iris Fusetti dalla efficace espressività facciale), studentessa universitaria, fare capolino nella vita di A (Nicola Pannelli perfettamente in parte), professore apparentemente integerrimo, e dare uno scossone alla vita dell’uomo che, ritrovato l’entusiasmo proprio di ogni nuovo inizio, si lancia con disinvoltura nelle braccia della giovane donna.
Intanto anche B cerca di rinascere dalle ceneri della sua relazione finita e per farlo, alla ricerca – sembra – di un metodo scientifico che le assicuri la infallibilità, si affida ad un manuale dal titolo bene augurante: Ricostruirsi la vita in 10 mosse sicure. E proprio l’attuazione di ciascuno dei punti la porterà a conoscere D (il tomo Davide Lorino) – «una specie di idiota dostoevskiano », lo definisce il regista – che con la sua ingenuità rifarà scoprire a B quelle piccole e banali gioie finora represse, al contempo ricordandole, però, attraverso il suo modo di fare che diventa misura di paragone, anche ciò che le manca di suo marito.
Da queste due nuove possibilità che ciascuno dei due ex si dà per uscire dal pantano che la crisi attraversata li ha costretti, scaturiranno ulteriori conseguenze che poi l’ultima parte cercherà di mettere a sistema ricucendo i fili ma non troppo (il ricorso al linguaggio politico continua con la scritta luminosa “Europa” che si staglia sul fondo a lasciare intendere un terreno neutrale sotto la cui ala si cerca rifugio quale ultima possibilità): sarà infatti un finale aperto a decidere la sorte di ciascuno dei convolti.

Foto Cesare Abbate

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Costruito su piani paralleli che con l’evolversi della struttura narrativa si intrecciano con conseguente osmosi tra l’una e l’altra storia (molto bello ad esempio il momento in cui A, B e C sono tutti e tre in scena ma l’attenzione del pubblico è rivolta a destra sul quadro animato da A e C che dialogano e d’improvviso A, parlando della moglie, le si rivolge direttamente e incrocia il suo sguardo con quello di lei sebbene oggettivamente sappiamo che non sono vicini ma ciascuno nel proprio appartamento), sviluppandosi in una dimensione temporale che di continuo oscilla tra i ricordi del passato e il presente, lo spettacolo presenta una scrittura e direzione perfetta nel fare funzionare ciascuno ingranaggio che la compone e ciò, pur nella prevedibilità degli esiti di ogni azione, ottimamente regala all’impianto nel suo complesso originalità e bellezza, non mancando di divertire, con una dosata ironia, il pubblico per tutta la durata della messinscena.

A ciò contribuisce la musica di Giorgio Mirto suonata dal vivo e il lavoro scenografico di Laura Benzi che, avvalendosi di pochi ma identificativi elementi, consente di ricreare più ambienti e dunque conferire all’insieme agilità e snellezza senza al contempo rinunciare alla complessità di una scena che prende forma “in diretta” con l’entrata in campo di volta in volta di due componenti dello staff a cui Paravidino non rinuncia a dare un ruolo che non sia solo tecnico: in tal senso molto apprezzata è risultata l’idea di fare interagire uno di loro con uno dei quattro personaggi così abbattendo con un piccolo ma significativo gesto quella distanza tra l’azione reale e la storia rappresentata, che bene evidenzia la natura “aperta” e interattiva dell’impianto drammaturgico. Del resto gli stessi protagonisti, sin dall’inizio, non mancano frequentemente di rivolgersi direttamente al pubblico interrompendo l’immedesimazione nel loro personaggio, e ponendosi come persone che si interrogano sui propri legami e ad uno ascoltatore passivo (lo spettatore) confessano i propri pensieri, così diventando «metafore di dinamiche familiari, più o meno grandi», espressione di quel nucleo fondante della società che è la famiglia.

Ultima notazione: il discreto (nel senso di non palesemente evidente) ma allo stesso tempo rilevante ricorso ad un linguaggio metateatrale («Questo teatro senza pubblico») che mette in luce e – forse – giustifica quel volere “giocare al teatro” che ha spiegato sin da subito la cifra dello spettacolo nelle intenzioni di chi lo ha pensato e realizzato, senza assolutamente produrre l’effetto di banalizzare il lavoro ma, al contrario, valorizzandone i contenuti attraverso una ricercata immediatezza.

Ileana Bonadies

Piccolo Bellini
via Conte di Ruvo 14, Napoli
tel. 081 54 912 66
http://www.teatrobellini.it/al-piccolo-bellini

 

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