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Grida, suoni, luci e colori esplodono sul palco del Bellini nell’Arancia Meccanica di Gabriele Russo, la cui scommessa è attualizzare quella storia di violenza e offrire un nuovo e visionario immaginario indipendente dal capolavoro di Kubrick.

Foto Francesco Squeglia

Foto Francesco Squeglia

L’ultra-violenza invade, frastorna e disorienta la sala del Teatro Bellini al debutto nazionale di Arancia Meccanica, uno spettacolo di Gabriele Russo, in scena fino al 13 aprile.
Il tutto parte della trasposizione teatrale del romanzo di Anthony Burgess, fatta dallo scrittore stesso dieci anni dopo la rappresentazione cinematografica di Kubrick. Nonostante la sceneggiatura teatrale sia perciò autonoma dal capolavoro filmico, il peso del confronto con esso è ineluttabile. Proprio per questo motivo, il giovane regista si cimenta in un’opera dalle enormi complessità, soprattutto dovendo affrontare l’immaginario collettivo kubrickiano, indissolubilmente ancorato nelle menti, negli occhi e nelle aspettative degli astanti.
Gabriele Russo imposta una grandiosa macchina scenica, nella quale sono chiamati a fare la propria parte, ed in modo eloquente, tutti gli elementi cardini del teatro – scene, musiche, costumi, disegno luci e recitazione – orchestrati con magistrale bravura, e accordati sempre all’unisono, come in un meccanismo di un orologio. Il punto di partenza per il lavoro di tutti i reparti è l’idea espressa dal regista che tutto ciò che avviene è un viaggio  nella mente di Alex: «un mondo rarefatto e onirico in cui avvengono cose reali».
L’interpretazione registica che Russo dà alla sceneggiatura originale si concentra sull’analisi della società in cui matura la vicenda: l’indottrinamento mediatico e massifico che mira ad un’uniformità di pensiero e restringe gradatamente il campo del libero arbitrio. Ciò che è evidente nelle intenzioni del regista è il tentativo di trasportare il racconto ai giorni nostri, imprimendo una forte contemporaneità alla fisionomia e alla caratterizzazione dei personaggi. Anche nella rappresentazione di una politica violenta e dittatoriale, per la quale il regista ricorre ai noti simboli dei regimi nazi-fascisti e comunisti, si può cogliere una velata critica alla mancanza di democrazia in cui verte la nostra situazione nazionale. Russo ha compiuto anche un interessante lavoro di trasposizione linguistica, infarcendo i dialoghi dei suoi drughi di parole tratte direttamente dallo slang contemporaneo; ma questo tentativo di attualizzazione porta con se un rovescio della medaglia. Alex, il protagonista interpretato da Daniele Russo, risulta effimero e inconsistente: la povertà di contenuti della gioventù della nostra società implica uno svuotamento concettuale del personaggio, che appare come un inetto, privo di quella scaltrezza e coscienza intellettuale che muoveva il drugo di Kubrick, e spogliato finanche di quella mascolina ed animalesca indole da leader.
Gli attori, Alfredo Angelini, Marco Mario de Notaris, Martina Galletta, Alessio Piazza, Sebastiano Gavasso e Paola Sambo, sono chiamati ad interpretare più di un personaggio ciascuno, operazione piuttosto difficile ma semplificata dalla schematicità della resa. Difatti, ciò che dispiace è che la prova attoriale risulti quasi marginale, schiacciata com’è all’interno della complessità della macchina scenica. La recitazione sembra ridotta a mero mezzo attraverso il quale la vicenda viene narrata dalla voce dei personaggi, priva di espressività e interpretazione.

arancia_meccanica_teatro_bellini_napoli_scena2Gli elementi che sostengono impeccabilmente l’intera messinscena sono i surreali e visionari ambienti scenografici di Roberto Crea, le originali e affascinanti musiche di Morgan, l’abbagliante e seducente disegno luci di Salvatore Palladino e le creazioni della costumista  Chiara Aversano.
Il connubio di queste componenti palesa dinnanzi alla platea tutta la violenza del dramma. Del resto, anche per il film di Kubrick l’estetica e la colonna sonora risultarono determinanti, tant’è che Achille Bonita Oliva lo osannò sottolineando come il cineasta fosse riuscito a presagire una violenza di tipo estetizzante, ed è qui che Gabriele Russo dimostra tutta la sua bravura.
La scenografia di Crea evidenzia come la violenza all’interno della mente di Alex porti alla deformazione di tutta la realtà percepita, finanche delle ambientazioni di interni. La sua aggressività si manifesta sin dal principio e domina la scena stordendo la platea con immagini shock e altamente suggestive, restituendo indiscutibilmente l’aspetto onirico di tutta la rappresentazione. Accompagnano le scene le accecanti luci di Palladino, fortemente definite e psichedeliche che, a tratti con forte brutalità, abbagliano la vista e scandiscono i ritmi del dramma.
arancia_meccanica_teatro_bellini_napoli_costumi1Le musiche, imprescindibile colonna sonora di Arancia Meccanica, sono una fusione tra la nona sinfonia di Beethoven e gli arrangiamenti di Marco Castoldi. Se da un lato la musica del maestro tedesco diviene il leitmotiv del racconto, dall’altro le scomposte composizioni di Morgan, che lavora sulla deformazione sonora della musica classica, sublimano lo spettacolo regalando momenti irreali e visionari, in piena sintonia con scene e luci. Magistrale la scena nel Korava Milk Bar, dove queste tre componenti concorrono a creare l’immagine più aggressiva dello spettacolo: una combinazione di grandiosa riuscita che coinvolge vista e udito così intensamente, da rimanere impressa nella mente degli spettatori per lo stato di angoscia suscitato.
Infine, i costumi ideati da Chiara Aversano disegnano personaggi attualizzati e simbolici, anch’essi specchio di una società contemporanea nella quale l’apparire è indubbiamente significativo. I tre drughi vestono smoking rivisitati con tagli all’ultima moda giovanile, sui quali la presenza di elementi impellicciati rimanda alla loro animalesca natura violenta, quasi una primordiale indole che tramuta in bestie i protagonisti, accentuando i loro atteggiamenti da branco. Sullo sfondo di queste tre figure si muovono i personaggi simbolo del potere politico, per i quali la costumista da un lato disegna abiti di matrice militaresca, alludenti allo strisciante stato dittatoriale; dall’altro, come nel caso della Ministra degli Interni, immagina un abito da diva hollywoodiana, che incanta gli elettori con movenze da star del cinema, propagandando i suoi intenti politici come all’interno di un immenso e mediatico show.
La qualità artistica delle varie componenti, cooperanti insieme in una complessa partitura, è innegabile e garantisce la riuscita dell’intera messinscena. Purtroppo lo studio dei personaggi non convince e non trascina, così, nei momenti in cui i supporti visivi e sonori si affievoliscono, lo spettacolo si indebolisce fortemente, risultando a tratti cedevole.
Nel complesso però, si deve dare atto a Gabriele Russo di aver vinto la sua scommessa, ovvero di  aver scardinato l’immaginario proprio del film, offrendo alla platea un insieme di nuove, funzionali e convincenti visioni ad alto potenziale espressivo, a tratti un’esperienza da Teatro Crudeltà di Artaud.

Alessia Santamaria

 

Teatro Bellini
Via Conte di Ruvo, 14, Napoli
Info e prenotazioni: botteghino@teatrobellini.it
Tel.: 081 549 12 66
www.teatrobellini.it
Orari: feriali ore 21.00 – domenica ore 17.30 – sabato 12 aprile ore 17.30 e ore 21.00.
Prezzo: dai 12,00€ ai 30,00€.

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