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Il ricordo intimo e commosso di un amico prende vita nel monologo Novecento di Alessandro Baricco, adattato e diretto da Roberto Galano e andato in scena al Teatro Civico 14 di Caserta.

Foto Francesca De Sandoli

Foto Francesca De Sandoli

Quando vent’anni fa Alessandro Baricco scrisse Novecento, lo fece per un attore, Eugenio Allegri, ed un regista, Gabriele Vacis che lo trasformarono in uno spettacolo teatrale che debuttò al festival di Asti. Ma lo scrittore era già ben consapevole che si trovava difronte un testo “che sta in bilico tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce”.
Fu nel 1998, che queste parole si trasferirono dal teatro al cinema, quando Giuseppe Tornatore pensò di sceneggiare il libro nel ben noto e pluripremiato film la Leggenda del pianista sull’Oceano, che vanta la colonna sonora dell’insuperato Ennio Morricone. E la pièce di Roberto Galano prende vita dal tentativo di raccordare e fondere tra loro teatro-letteratura e cinema, cogliendo alcuni aspetti dell’uno e dell’altra cosa con gli inevitabili pro e contro del caso.
La storia, condotta come un racconto intimo ed emotivo, è quella di Danny Boodman T. D. Lemon Novecento, uno dei più grandi, se non il più grande pianista della prima metà del secolo scorso. Nato e abbandonato su una nave, la Virginian, che effettuava viaggi dall’Europa all’America, venne cresciuto da un macchinista di colore, Danny Boodman (da cui deriva parte del nome di Novecento), che lo trovò per caso sul pianoforte della sala da ballo della prima classe del piroscafo, quasi un presagio per ciò che il piccolo sarebbe diventato.
Dopo alterne vicende, che lo resero orfano, per la seconda volta, del papà adottivo, Novecento, accolto dall’interno equipaggio, riuscì a vivere per ben trentadue anni sul transatlantico, senza mai toccare terra o scendere in un porto.
Il suo rapporto, viscerale e completo con l’oceano, non gli facevano desiderare altro, l’oceano, mezzo di trasporto e viatico per i suoi viaggi emozionali, era il vero strumento che gli consentiva di creare la sua musica infinita, non insegnata da qualcuno, non appresa da qualcosa, ma che veniva da lontano, dal suo Io.
Novecento “era la sua buona storia” da raccontare e  regalare ad un pubblico, attraverso le parole dell’amico, suo collega musicista, il trombettista Tim Tooney.

Foto Francesca De Sandoli

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In una scena costruita in modo semplice ed elegante da D.F.Nikzad e M. Ciuffreda, Roberto Galano, nei panni di Tooney, ci restituisce il suo incontro col pianista nella narrazione di visioni e attimi vissuti col compagno. L’attore e regista, solo sul palco, gestisce lo spazio tra alcune casse di dinamite, quelle che avrebbero distrutto il Virginian, ormai in disuso, finita la Guerra, un finto pianoforte in legno, dalle ridotte dimensioni, delle fotografie calate e appese a dei fili.
Il monologo, che si alterna tra momenti più divertenti e altri più intimi e personali, è scandito, nel cambio di registro emotivo, dalle musiche originali di Mario Rucci, che, a prescindere dall’illustre precedente cinematografico, sarebbero potute essere più incisive, per meglio accompagnare la recitazione dell’attore. Una recitazione, non facile nel dover offrire agli spettatori una carrellata di personaggi, seppur accennati, molto diversi tra loro, che però ha ricordato troppo quella di Pruitt Taylor Vince, Tooney sul grande schermo. L’impianto registico, invece, sebbene forse troppo semplicisticamente lineare, ha assunto gli elementi scenici a simboli: il cappello, gettato in mare da Novecento, su cui resta un cono di luce, mostra la presenza viva, nonostante l’assenza, del personaggio, accanto a Tooney; le fotografie, emblema di eterei ricordi e desideri, sono la volontà del pianista “incantata”, cristallizzata, attraverso cui egli spiega la sua scelta di restare al riparo nell’oceano, su quella nave destinata alla fine.

C’è da dire però, che incontrando il regista, al termine dello spettacolo, e chiacchierando con lui, si è scoperto che l’adattamento, fedelissimo a quanto scritto da Baricco, prevedeva una diversa messinscena, quando è stato portato per la prima volta sul palco del Teatro dei Limoni/Solisti Dauni per la rassegna dei Teatri Possibili. Lì ad accompagnare l’interprete c’erano ben due pianisti e un trombettista, a lasciare intendere come la rappresentazione si svolgesse tra racconto e musica e avesse un’impronta naturalmente diversa da quella in cartellone al Teatro Civico 14. Adottare musica dal vivo avrebbe significato dare maggior risalto e respiro alla narrazione, soprattutto laddove è rievocata la sfida tra T.D. Lemon e Jelly Roll Morton o ancora il commuovente addio di Tooney, nel suo ultimo assolo di tromba nell’orchestra del Virginian che in questa versione sono affidati esclusivamente ai soli gesti, parole e intenzioni di Roberto Galano.

Antonella D’Arco

 

Teatro Civico 14
Indirizzo:Vicolo F. della Ratta (via Vico), Caserta
Tel:  0823 44 13 99
info@teatrocivico14.it – http://www.teatrocivico14.it/

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