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In occasione della XII edizione del Premio nazionale di poesia, narrativa, arte e musica, dedicato alle migliori personalità impegnate nella valorizzazione della cultura, Manlio Santanelli riceve il premio Speciale Cultura.

downloadGiunge alla XII edizione il premio Albatros dedicato alla cultura, che nello splendida cornice del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli il giorno 12 aprile, ha premiato numerose eccellenze di fama mondiale impegnate nella valorizzazione della poesia, della narrativa, dell’arte e della musica, con uno sguardo al futuro del nostro paese.

I numerosi artisti sono stati selezionati da una giuria di esperti presieduta dal Presidente del premio Lucia De Cristofaro, dal Presidente Onorario Margherita Dini Ciacci, anche presidente dell’UNICEF Campania, e dal Segretario del premio Maresa Galli.

La Sala Scarlatti del conservatorio si presentava gremitissima già diverse ore prima dell’evento e un pubblico variegato, composto anche da molti giovani, ha assistito alla premiazione con entusiasmo e partecipazione. Presentatore dell’evento è stato uno spigliato Adriano Fiore, spalleggiato da una timida Anna Graziano che, seppur con emozione, ha scandito i tempi e i modi degli interventi dei protagonisti durante la lunga mattinata.

Molte le personalità premiate e molto diversificate le categorie, che nell’insieme hanno restituito un quadro completo e complesso dei nostri migliori talenti, impegnati sia in ambito sociale che culturale e a volte operanti fuori dai riflettori.
Tra gli artisti insigniti per la valorizzazione della cultura: Pino Aprile, scrittore e giornalista salito alla ribalta con Terroni (2010), Giù al Sud (2011) e il suo ultimo lavoro Il Sud Puzza (2013); Gianni Pisani, pittore anticonformista e spirituale ex Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, le cui opere sono esposte in molti celebri musei europei; David Zard, impresario musicale e producer di concerti di fama internazionale, attualmente impegnato con musical quali Giulietta e Romeo e Notre Dame de Paris; Giuseppe Gagliardi, regista e sceneggiatore italiano premiato per capolavori come Tatanka, film tratto dal libro La bellezza e l’inferno di Roberto Saviano; Daniele Pugliese, giornalista con oltre trent’anni di carriera e già vicedirettore dell’Unità.

Foto: QuartaParete

Foto: Ileana Bonadies per QuartaParete

In particolare, da menzionare il prestigioso Premio Speciale Cultura conferito dall’Assessore alla Cultura Gaetano Danieli al drammaturgo Manlio Santanelli, con scroscianti applausi da parte della platea tutta. Come ha letto nella motivazione il Segretario Maresa Galli, l’onorificenza è stata assegnata in virtù del “tratto linguistico innovativo” e della “caustica incisività dei contenuti delle sue opere teatrali sull’umano agire e dal respiro internazionale”.

Santanelli, ricevendo il premio, ha ironicamente dichiarato come facesse del suo «meno peggio» per lo sviluppo culturale, e ricordato con modestia come i suoi successi siano anche dovuti ai «buoni maestri», sotto la cui guida si è formato e grazie ai quali ha codificato la sua personalissima chiave di lettura della vita. Ha quindi concluso con l’auspicio che questo riconoscimento alla carriera possa essere per lui un nuovo punto di partenza, per continuare ad essere «puntuale agli appuntamenti e alla divulgazione della cultura».

Ad introdurre il Maestro sul palcoscenico è stata la proiezione video del suo primo e famosissimo testo Uscita d’emergenza, attraverso la quale si sono palesate al pubblico le caratteristiche essenziali del suo fare teatro.

Manlio Santanelli deriva dalla lezione di Eduardo il grande tema della famiglia come luogo in cui simbolicamente prendono corpo e si amplificano conflitti e nevrosi individuali e collettive: i suoi testi presentano una successione di grotteschi ed inquietanti interni domestici, entro i quali risultano frustranti sia la solitudine che avvolge alcuni personaggi, sia la conflittuale convivenza che ne caratterizza altri. La scrittura dell’autore è in continuo equilibrio tra dialetto e lingua ed esprime in forma piena e quotidiana le grandi tematiche della cultura novecentesca, attraverso vicende apparentemente legate ad una connotazione solo italiana o mediterranea, ma in realtà dotate di una più vasta carica di significati. Tra i lavori di maggior successo del drammaturgo vanno menzionati Uscita d’emergenza (1980), Regina Madre (1985), L’aberrazione delle stelle fisse (1986), Elogio della paura (1987), Bellavita Carolina (1988), Camera e racconti affittati (1989), Per disgrazia ricevuta (1993), Il chiodo fisso (2002), La solita cena (2003), La tana degli orchi (2011) e Due signore (2013).

Foto: QuartaParete

Foto: Ileana Bonadies per QuartaParete

In occasione della premiazione, QuartaParete ha avuto l’opportunità di intervistare il drammaturgo in merito alla sua attività teatrale:

Lei, prima di approdare al teatro, ha lavorato per quasi vent’anni negli studi della RAI. Quanto fu formativa quell’esperienza ai fini della sua produzione successiva?
Si, assolutamente fu un esperienza formativa, è stato il mio apprendistato, la mia gavetta. In effetti io credevo di poter entrare e interessarmi attivamente di quanto di meglio poteva produrre la RAI, ma per ragioni aziendali fui un po’ emarginato. Ebbi però la bravura di ritagliarmi uno spazio mio e mi dedicai alla prosa come assistente di studio. Da quel momento è cominciata a passarmi avanti agli occhi una trafila di testi ed opere importantissime. Ma soprattutto di personalità come Maiano e Bollini che è stato il mio maestro, e piano piano con loro ho stabilito dei rapporti di collaborazione che andavano un po’ oltre le mansioni aziendali; al punto tale che, al di la del lavoro, mi occupavo anche di scrittura e mi son fatto le ossa finché non ho deciso di scrivere Uscita d’emergenza. Quindi, ho debuttato entrando dalla porta principale nel teatro perché Uscita d’emergenza è stato subito un grande successo ed è stato esibito direttamente nei grandi teatri; laddove per molti altri c’è la trafila dei piccoli spazi.

Quanto il suo teatro deve all’eredità di Eduardo e quanto è stato influenzato dallo studio dei personaggi propri del Teatro dell’Assurdo?
Ho avuto la possibilità di conoscere anche i testi europei e contemporanei e gli strumenti della cultura che è venuta dopo Eduardo, come l’antropologia culturale, la psicanalisi. Per ciò, in qualche modo, i miei personaggi ambiscono a scendere più in profondità e non a rimanere sul livello psicologico orizzontale, bensì scavare nel profondo.

Molte delle nevrosi, dei conflitti, delle solitudini che avvolgono i suoi personaggi nascono in seno alla famiglia. In questo microcosmo legge una corrispondenza con il macrocosmo della società?
La famiglia è il primo nucleo formativo della personalità di un individuo ma d’altra parte, se pensiamo al grande teatro classico, ci rendiamo conto che anche Sofocle, Euripide ed Eschilo – e guardo a loro con umiltà – partivano dalla famiglia, che rappresenta anche la sfida al potere: all’interno della famiglia in generale c’è un conflitto di potere tra figli, marito, moglie e generazioni che si confrontano. Quindi diciamo che la famiglia è un’istituzione politica.

Dato che la sua produzione parte dal 1981, ha notato un cambiamento della costruzione della famiglia in questo lasso di tempo? Esiste un’evoluzione di essa, nel bene o nel male, che lei ha riportato all’interno della sua drammaturgia?
Beh, io credo che 30 anni sono un bel lasso di tempo perché una società cambi pelle. Se dovessi dire in che termini è cambiata direi, che si è un po’ incattivito il rapporto all’interno delle famiglie: dietro una facciata di quieto vivere si nascondono pericolosissime minacce e aggressività reciproche. Io cerco di  portare alla luce, tramite la mia drammaturgia, questi lati oscuri di questo nucleo sociale.

I suoi lavori sono spesso ambientati in stanze chiuse. Questa sorta di ambienti claustrofobici che sottolineano l’impossibilità di cambiamento quanto sono superabili?
Questo ha una spiegazione. Io amo la drammaturgia da camera, quella che accade nello stesso momento in cui i personaggi vivono la vicenda. Magari riassumere una vita in un unico tempo, in un unico momento: l’hic et nunc dei latini! La stanza è anche questo microcosmo che sta attorno ai miei personaggi, i quali cercano in ogni modo di sfondare la parete e quasi mai ci riescono, quindi diventa metafora dei condizionamenti e delle catene che noi abbiamo nella nostra vita.

Riguardo all’ironia con la quale analizza lo stato di immobilità e disagio che vivono i suoi personaggi, è un espediente per esorcizzare queste situazioni? È uno strumento per convivere con esse o addirittura superarle?
L’ironia è il mio modo di accostarmi alla realtà ed è il rovescio di una medaglia che dall’altra faccia ha la disperazione. Quindi è un ironia utilizzata per sopravvivere in condizioni disperate.
Poi è anche un modo di veicolare temi duri e indigesti, che attraverso l’ironia diventano fruibili e non mettono il pubblico sulla difensiva, ma lo catturano in maniera un po’ fraudolenta. D’altra parte la trama di un testo si chiama trama proprio perché “si trama” e quindi è una congiura anche contro lo spettatore per portarlo sulla riflessione di certi valori e contenuti.

Lei disse che il livello di civiltà di un paese si giudica dal trattamento che in quel paese viene riservato agli anziani, un tema a lei caro affrontato già ai tempi di Regina Madre fino al suo ultimo lavoro le Due Signore. Nell’arco della sua lunga carriera, ha visto modificarsi questo rapporto?
Dovrei dire che è piuttosto deludente. Io non ho avuto modo di fare un’analisi sociologica sul rapporto che hanno gli altri paesi con gli anziani, ma certo non a caso in Due Signore c’è un personaggio che dice «attenzione d’estate ci lasciano soli come cani […] state attenti ad uscire che potreste incontrare l’accalappiavecchi». Diciamo che ho voluto dare attraverso questa frase un’espressione paradossale ma realistica del rapporto con i vecchi che più volte sono abbandonati, o addirittura consegnati ad istituzioni, che balzano agli orrori della cronaca per le vessazione, i pestaggi o i maltrattamenti che compiono.

Alessia Santamaria

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