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Il Borsellino di Ciro Pellegrino, andato in scena dall’11 al 13 aprile al Nuovo Teatro Sanità, dà corpo agli interrogativi irrisolti di un’epoca oscura.

Foto Alessandro Tavella

Foto Alessandro Tavella

È nella cornice del Nuovo Teatro Sanità che Ciro Pellegrino porta in scena il dramma della morte di Paolo Borsellino, in un sentitissimo affresco di quei 57 giorni che separarono la morte di Falcone da quella del giudice siciliano. Via d’Amelio, 19 riesce a fare bene quanto si propone: rinfrescare la memoria dello spettatore su un capitolo della storia italiana dai risvolti ancora oscuri ed irrisolti.

Il racconto è scandito da citazioni del magistrato palermitano e delle persone che gli stavano vicine: si alternano, così, sul palco, Agnese (la moglie), Manfredi e Lucia (i figli), Rita e Salvatore (la sorella ed il fratello); o ancora quelle del magistrato Ayala, tra i primi ad accorrere in via d’Amelio in quel luglio del 1992, e quelle dei pentiti incontrati da Borsellino durante la sua carriera in toga. Non servono troppe invenzioni per fornire calore ed umanità ai personaggi: bastano le loro frasi, tratte dalle decine di interviste rilasciate nel corso degli anni, e le immagini d’archivio di Borsellino, proiettate sullo schermo che “protegge” i protagonisti.
La scenografia è, infatti, basata su una netta separazione tra gli spettatori ed il palco, come a sintetizzare il distacco di quelle immagini da una realtà che appare oggi lontana, come ricoperta da una patina difficile da scalfire. Il telo su cui vengono proiettate i video d’annata ed il testo delle principali citazioni fa esattamente questo: confonde forme e persone, oltre a fornire il contesto di quanto interpretato dagli attori. Un contesto fatto di sangue e lacrime, dal quale la figura del giudice esce con una luminosità che soverchia ogni lato oscuro. Il dolore, la fatica, il tentativo di Borsellino di separarsi dai propri figli per prepararli alla sua imminente morte, sono raccontati con asciuttezza, senza fronzoli: proprio come nello stile del giudice.

Foto Alessandro Tavella

Foto Alessandro Tavella

Il non semplice compito di interpretare il personaggio principale è affidato a Sergio Savastano, che non sfigura pur risultando, chiaramente, sbiadito dal confronto con le interviste proiettate. Interessante, in particolare, la scelta di farlo spostare in maniera lenta e compassata sul palco: sembra di avvertire quella sensazione, raccontata dalla viva voce di Borsellino in uno degli intermezzi audiovisivi, di avere di fronte un “cadavere che cammina”.
Una menzione meritano anche le musiche, prodotte dallo stesso autore, in grado di accompagnare il racconto senza deviare l’attenzione dalle vicende narrate.

Il finale, col dialogo immaginario tra i due magistrati ormai morti, vuole restituire pace alla loro memoria ed allo stesso spettatore, che forse si sarebbe meritato un ultimo pizzico di inquietudine; quella stessa inquietudine che il ricordo di quei momenti tragici riesce a risvegliare, ogni volta, nella coscienza di chi li ha vissuti e di chi li ha semplicemente sentiti raccontare.

Una prova onesta, in definitiva, che ha il merito di alimentare la memoria e parlare di giustizia e legalità grazie al Nuovo Teatro Sanità, che va affermandosi da ormai un anno come avamposto di cultura nel pur difficile quartiere in cui sorge.

Antonio Indolfi

 

Nuovo Teatro Sanita’
piazzetta San Vincenzo 1, Napoli
Tel: 339 666 64 26
Sito: http://www.nuovoteatrosanita.it
Email: info@nuovoteatrosanita.it

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