Manlio Boutique

Convincente esperimento tra arte e teatro, Monocle, a Galleria Toledo, dà vita ad uno dei ritratti più apprezzati e discussi del Novecento omaggiando la Berlino degli anni Venti.

 Foto di Philippe Gallowich.

Foto Philippe Gallowich

L’arte prende vita nello spettacolo Monocle, diretto e scritto da Sthéphan Ghislain Roussel e in scena fino al 20 aprile presso il teatro stabile d’innovazione Galleria Toledo, nel corso di una tournée internazionale che tocca da tre anni le più importanti città europee, con plauso di pubblico e critica.
Come il regista ha spiegato nella presentazione del suo lavoro presso l’Istituto Grenoble il 14 aprile, egli intende omaggiare la Berlino degli anni Venti attraverso l’animazione del celeberrimo ritratto della giornalista Silvia von Harder, dipinto nel 1926 dal pittore della Nuova oggettività, Otto Dix.

Ghislain Roussel ha lavorato diversi anni alla realizzazione dello spettacolo studiando in primis la storia del dipinto, poi la vita della giornalista e il legame tra essa e il pittore. L’interesse filologico per quel contesto storico è tale che lo spettacolo è interamente recitato in tedesco (con sottotitoli  proiettati sulla scena), scelta che nelle dichiarazioni del regista, rappresenta anche un omaggio al cinema tedesco di primo Novecento. A pilotare Gihslain Roussel proprio su questo quadro tra i tanti di Dix, è la sua forza iconica che ne fa rappresentazione di un’intera epoca e in particolare della nuova donna che ne sarà protagonista, nonché la sua sofferta genesi. Leggendo le memorie di Otto Dix del 1959, Silvia racconta il suo primo incontro con il pittore: «Così lei vorrebbe dipingere i miei occhi senza luce, il mio naso gobbuto, le mie labbra sottili, lei vorrebbe dipingere le mie mani da strega, le mie gambe rinsecchite, i miei enormi piedi, capaci tuttalpiù di spaventare, ma non di certo di ringiovanire nessuno?», e l’artista rispose: «Descrizione perfetta! Questi tratti riuniti assieme daranno il disegno di un’epoca in cui ciò che conta di una donna non è la sua bellezza ma la sua emanazione psichica. Lei rappresenta un’epoca».
Dalla stessa fonte, sappiamo che il pittore costrinse la giornalista a posare per quasi due mesi nella difficile posizione, quando in realtà gli sarebbe bastata una fotografia per risparmiarle il sacrificio. Ma Dix, probabilmente, voleva sforzare fisicamente e mentalmente Silvia per far emergere la sua personalità e il suo vissuto, che riecheggia nel quadro in quegli occhi cerchiati di chi ha intensamente visto: una donna ben lontana da quelle tipiche figure femminili docili e inconsapevoli dell’Ottocento; una donna che ha provato l’esperienza della Prima Guerra Mondiale e non solo non sogna più, ma con la sua sensibilità e intelligenza ha visto anche oltre: un futuro dove la libera e spensierata vita di Berlino degli anni Venti verrà soffocata dalla nascente dittatura.
Lo spettacolo, nel quale confluisce tutto questo lavoro sulle fonti e sul contesto, è composto come un monologo unico, che ci immerge nell’universo privato della giornalista e attraverso questo apre le porte sulla situazione sociopolitica di quegli anni in Germania, in particolare descrivendo la donna moderna che si andava delineando.
Infatti, all’apertura del sipario ciò che appare dinanzi la platea è la ricostruzione precisa del famoso ritratto, con Silvia in carne e ossa che posa per Dix e parla di sé, prima con riluttanza e imbarazzo e poi sempre con maggiore confidenza.

Foto Philippe Gallowich

Foto Philippe Gallowich

Ad incarnare la giornalista è chiamato un uomo, Luc Schiltz, una scelta che scaturisce direttamente dall’assenza di femminilità con cui Silvia è ritratta da Dix, in osservanza ad un nuovo modello di donna, la quale assume le fattezze degli uomini per bisogno di modernità ed emancipazione. Ma si tratta di una scelta che si spiega anche con la travagliata ambiguità sessuale del personaggio, che impersona l’androginia e la crisi dello stereotipo femminile tipica di quel momento storico. L’interpretazione di Schiltz costituisce un valore aggiunto alla rappresentazione: egli riesce magistralmente a mostrare sul palco l’evoluzione della protagonista, il suo processo di liberazione – a tratti drammatico e spasmodico – dalla figura dei primi momenti, impacciata ed irrigidita in una femminilità che non le appartiene, a quella del finale consapevole di sé e libera in tutte le sue manifestazioni.
La gestualità è un altro aspetto dell’intenso lavoro compiuto sul personaggio, le cui enormi mani sono protagoniste del dipinto: è proprio attraverso queste che Silvia lascia trapelare i suoi cambiamenti. In questa prova attoriale confluisce il duro lavoro al quale Ghilsain Roussel ha sottoposto l’attore, obbligandolo nella preparazione a bloccare il corpo in posa come nel dipinto finché poteva resistere, per provare le medesime sensazioni della reale Silvia nell’atelier di Dix. La sofferenza fisica che ne emerge, di cui ella continuamente si lamenta, è in realtà il dolore di una società ferita dalla Grande Guerra.
Lo stretto rapporto tra il dipinto e lo spettacolo è soprattutto legato all’abito indossato dalla von Harder, genialmente concepito dal famoso costumista francese Xavier Ronze: è in quest’abito, e nel rapporto che la Silvia di Monocle ha con esso e col suo corpo, che si manifesta la sua complicata trasformazione. La donna moderna di Otto Dix è vestita all’ultima moda, con un tubino di taglio piuttosto maschile, alla garçonne, che le lascia scoperte le ginocchia; il pittore ha però irrigidito fortemente la scacchiera della stoffa quadrettata, allo scopo di nascondere le forme femminili del corpo. Per riproporre sul palco questa stessa astraente rigidità, il costume di Ronze è composto di due parti: una sottostante nera che aderisce alla silhouette dell’attore, e una maglia a rete rossa di materiale plastico, che riproduce il quadrettato e accentua la sovrastruttura estranea e inflessibile che ingabbia Silvia. La liberazione della donna passa soprattutto attraverso la sua svestizione; ogni capo che viene tolto corrisponde ad un grado in più di consapevolezza.

Elemento imprescindibile della sua personalità, nel quadro come nel palco, è il monocolo, che infatti Ghislain Roussel sceglie anche come titolo: esso è sia un accessorio tipicamente maschile, che ancora una volta sottolinea il rifiuto della femminilità, sia il simbolo dell’acutezza di sguardo e percezione della giornalista sulla società.
La scenografia in cui si muove l’attore è ridotta al minimo e ricostruisce il set del ritratto, con la sedia ed il tavolino con il bicchiere di alcol inquadrati da una luce che mima la cornice. Unica aggiunta, al di fuori dello spazio di posa, è uno specchio a figura intera nel quale la protagonista ricerca se stessa e grazie al quale assiste ai propri cambiamenti.
La messinscena, nel tentativo di trasposizione dalla pittura al teatro, funziona perfettamente: la prova attoriale è straordinaria; il testo è ricco di riferimenti storici e storico-artistici, di introspezioni psicologiche e allusioni simboliche; e il costume è geniale nell’accompagnare il personaggio nel suo graduale sviluppo. Il dolore di Silvia, che grazie alla sua lungimiranza chiude con la rassegnata convinzione che «non c’è niente da fare» per evitare i terribili anni che seguiranno, suscita una profonda angoscia e induce a riflettere sulla fragilità delle nostre attuali libertà.

Alessia Santamaria

 

Galleria Toledo – Teatro stabile d’innovazione
Via Concezione a Montecalvario 34, Napoli
Contatti: galleria.toledo@iol.it
Tel.: 081425037
www.galleriatoledo.org

Print Friendly

Manlio Boutique