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Il 18 aprile, come unica data, Teatro In Fabula ha presentato presso il Teatro Civico 14, la storia di un uomo: Martino Lutero, all’interno della rassegna Sciapò.

Foto Tiziana Mastropasqua

Foto Tiziana Mastropasqua

Nel 1500 era in uso, tra gli attori della Commedia dell’Arte, esibirsi davanti agli spettatori, senza che essi avessero pagato un biglietto d’ingresso. Solo dopo la rappresentazione il pubblico era chiamato in causa come uditore attento,  attivo nel ruolo di giudice, lasciando, in un cappello, un compenso alla compagnia, quello ritenuto meritato, in base al proprio gradimento.
Da questa consuetudine è nata Sciapò, la rassegna di teatro a cappello, che nel 2011, da un’idea di Domenico Santo, ha visto la sua prima edizione.
A chiusura di quest’ultima, presso il Teatro Civico 14 di Caserta, Sciapò ha presentato uno spettacolo prodotto da Teatro In Fabula, Le 95 tesi: la storia di Martino Lutero, neanche a dirlo, un uomo del ‘500.
Il progetto e la regia a quattro mani, di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo, muovono i loro passi dai testi di Roland H. Bainton, Luther Blisset ma soprattutto dall’opera teatrale di John Osborne, Lutero, appunto, composta nel 1964.
Ferrea è la volontà di narrare la vicenda storica seguendo la direttrice cronologica, nota ai più dalle reminiscenze scolastiche.
A soli ventidue anni Martino Lutero entrò volontariamente nel convento dei frati agostiniani, a Erfurt, cercando, in quel luogo, serenità e sollievo alle sue inquietudini interiori, alla durezza della sua vita fino a quel momento e al suo animo sensibile e tormentato che gli faceva godere di una salute alquanto cagionevole.
Sulla scena vuota, un uomo che avanza in un cono di luce è quasi assalito da altri tre che lo spogliano dei suoi indumenti, mentre sul ritmo incalzante, scandito da tre invocazioni “Visita i tuoi fedeli”, “Sostieni la debolezza del corpo”, “Vieni spirito creatore”, un man in black, il capo, il superiore dell’Ordine, impartisce le regole ed istruisce la recluta. La sensazione è quella di trovarsi all’interno di una caserma e di assistere all’iniziazione del nuovo adepto: frate Martino (Antonio Piccolo).
In questo modo l’occhio registico di Cerrone-Piccolo ha immaginato il periodo della formazione del sacerdote, così, con un linguaggio contemporaneo, nelle visioni, quasi para-cinematografico, dissacrante che però non scade mai nella gratuita e troppo inflazionata condanna della Chiesa.
Lutero, deriso dai compagni (Eduardo Di Pietro, Alessandro Paschitto), trova conforto solo in uno di essi, frate Staupitz (Stefano Ferraro), sua coscienza spirituale che con voce calda e affabile gli infonde coraggio, quel coraggio necessario ad avviare il suo processo rivoluzionario.
Sebbene devotissimo e ligio alle regole, egli comincia a provare insofferenza nei confronti della morale corrotta della Chiesa cattolica, accusata di concubinato e di commerciare in indulgenze. Il pensiero che Martino matura chiede prepotentemente il ripristino all’essenza cristiana contenuta nelle Sacre Scritture.
Questo, in sostanza, il messaggio di Lutero, questo è quanto affermato nel documento delle 95 tesi che l’uomo affisse sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg, il 31 ottobre del 1517.
Ma quando la voce di uno comincia a risuonare nella testa di molti, quelle parole diventano un pericolo, da sopprimere e da arginare. Così l’eretico venne scomunicato dal pontefice Leone X (Raffaele Ausiello), sul palco un viziato bamboccio in tuta da basket che distrattamente ordina la condanna del frate. Il momento inscenato è di forte contrasto tra ciò che si vede e ciò che si ode, suscitando un riso sempre contenuto che rimane attento al racconto.

Foto Tiziana Mastropasqua

Foto Tiziana Mastropasqua

Del tutto divertente e da segnalare è il quadro di Tetzel (il già citato Eduardo Di Pietro), in cui il personaggio si mostra al pubblico, interagendo con esso, metà performer, al seguito di tanto di musica e coreografia, metà accattivante venditore porta a porta di lettere d’indulgenze. Fortemente ironico, sul filo della derisione, questo monologo brillante è la cesoia tra la parte più riflessiva della pièce, che tornerà nel finale, e quella che segna la ribellione, più dinamica anche nella messinscena.
Ritornando più strettamente al racconto, in un’epoca in cui il potere temporale andava a braccetto con quello secolare, il vento di rinnovamento e di giustizia, alimentato dal monaco riformatore e il cambiamento teologico che ne conseguì, soffiò anche sui cavalieri e i contadini che, in nome del Vangelo, impugnarono le armi e furono repressi nel sangue.
Il corpo a corpo tra uomini mascherati (maschere di Antonio Genovese) vede il diretto coinvolgimento di Lutero, considerato dalla plebe un paladino, ma dalle cui istanze egli si allontanò, anzi incoraggiando i principi ad uccidere i contadini “che prendono la spada senza l’autorità divina”.
È in questo momento che Martino, uomo solo, divenuto emblema per il popolo, da timido sacerdote ad impavido difensore di Dio, si trova a fare i conti con se stesso, col suo “Credo”, urlo di fede e di dubbio.
Nonostante la decisione di raccontare interamente la storia nella sua particolarità, scelta che a momenti ha fatto faticare lo spettatore per la velocità dei cambi di registri scenici e per l’argomento lontano, la visione macroscopica sottesa è incentrata sulla caducità dell’animo umano, le sfaccettature decadenti della cultura del potere, le contraddizioni dell’umanità  difronte ad essa, la paura del dubbio che genera libertà di azione e di pensiero, ma che smarrisce una guida consolidata e preesistente, interrogativi con cui si confronta ogni uomo.
Inoltre la ricerca stilistica di usare un codice che il pubblico facilmente comprende, l’assenza di costumi che avrebbero caratterizzato temporalmente la vicenda, la recitazione coerente di tutti gli interpreti e il gioco dei contrasti nei personaggi, nei luoghi immaginati, nei gesti e nei pochi oggetti, assunti a simboli, fanno presagire un’interessante visione registica ed invitano ad augurare un buon cammino a Teatro In Fabula…è il caso di dire: chapeau!

 

Antonella D’Arco

Teatro Civico 14
Indirizzo: Vicolo F. Della Ratta 14-81100 Caserta
Tel: 0823 441 399
Info: www.teatrocivico14.it

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