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Giulio Baffi si interroga sulla utilità di dedicare uno spazio espositivo al “principe  della risata” e propone una alternativa.

025Ci risiamo, il periodico tormentone del “Museo di Totò” si ripresenta puntuale, senza soluzioni e senza idee, come un lamento impossibile, ad alimentare i desideri ed i sogni di chi da anni desidera uno spazio in cui far vivere la popolare memoria del “principe della risata”. Il 15 aprile, anniversario della scomparsa di Antonio de Curtis, un nuovo “appello”, l’ennesimo, caduto come sempre nel vuoto. E destinato a rimanere una invocazione senza troppo senso.

Non ho mai visitato gli spazi del Palazzo dello Spagnolo che, secondo un progetto, annunciato e largamente finanziato diciotto anni or sono, dovrebbero ospitare questo “museo”. Ma   per quel che ne so quegli spazi sono ampiamente inidonei alla bisogna. Chi ne ha le chiavi li conserva gelosamente continuando forse a spendere le periodiche elargizioni di denaro pubblico destinate a non so quali opere preparatorie. È insomma come una tela di Penelope che si fa e si disfa da anni.
Si favoleggia di delibere lontane nel tempo, di quando era sindaco Maurizio Valenzi, di quando guidavano la città Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino. Si sono succeduti i “si” entusiasti al “progetto”, si sono raccolte centinaia, se non migliaia di firme a sostegno dello spazio da dedicare ad uno dei più “popolari” protagonisti del mondo dello spettacolo napoletano. Dei “si” che, visti i risultati, sono diventati un “no” deciso e preciso.
E intanto si sono raccolte altre firme, si sono fatte altre petizioni. Perché sembrerebbe che non c’è chi non vorrebbe un sacrario per il grande Antonio de Curtis, da visitare con devozione e curiosità. Puntualmente, come i personaggi della sua ’A Livella.

Ma è davvero necessario un “Museo di Totò”? E perché ci si dovrebbe recare? A vedere cosa? E cosa dovrebbe mai contenere? Negli anni passati tre mostre, lontane nel tempo, hanno esposto i (pochi in verità) oggetti che la memoria riconduce al lavoro di Totò. Una fu realizzata al Teatro Politeama da Tony Stefanucci e Orio Caldiron, una al Salone Margherita da Bruno Garofalo per l’Associazione de Curtis di Antonino Miele e Vito Cesareo, e la terza nell’Antisala dei Baroni del Maschio Angioino con materiali messi insieme da Liliana De Curtis. Solo la terza, per quello che ne so, fu realizzata con un sostanzioso apporto economico del Comune di Napoli. Ma non mi risulta che ci sia stata alcuna offerta da parte di chi detiene i materiali esposti, di donarli alla città di Napoli. Oggetti, fotografie, articoli, lettere, costumi, abiti, non molto in verità, appartenuti a Totò. Dei tanti film abbiamo quotidiana testimonianza in ogni canale televisivo. Delle immagini di Totò sono colme le bancarelle della città. Di pubblicazioni, accettabilmente scientifiche, su Totò non ce ne sono poi tante.

Ma Totò io credo è solo uno dei tanti “grandi” che il mondo dello spettacolo napoletano ha saputo nutrire e da cui è stato nutrito. Perché allora continuare a parlare di “Museo di Totò”? Io penso che Totò dovrebbe essere celebrato e ricordato insieme a quei tanti che hanno meritato gli applausi del loro pubblico, grandi e piccoli che siano stati. Insieme hanno fatto e fanno la nostra storia, di tutti dovremmo conoscere e conservare il senso e il segno. Del loro lavoro e del talento che ha fatto grande una parte della nostra storia. Quella che amiamo, e che si chiama “Teatro napoletano”. Magari da mettere in mostra, magari dedicando loro uno spazio, questo si grande abbastanza, in cui raccogliere la loro e nostra grande e bella storia.

Giulio Baffi

 

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