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“Bene non comune”: teatro e filosofia a confronto per riflettere sull’ingerenza dello Stato nella produzione artistica nazionale in nome di una ricerca indipendente e “senza audience”.

Foto Michele Stefanile

Maurizio Zanardi (Foto Michele Stefanile)

Presso l’ex Asilo Filangieri, spazio teatrale autogestito nel cuore della città, che favorisce la libera condivisione artistica, si è tenuto ieri 6 maggio l’interessante incontro Bene non comune a cura del filosofo Maurizio Zanardi, incentrato sul finanziamento pubblico alla cultura indagato a partire dagli scritti di Carmelo Bene.
Zanardi, con evidente stima e grande passione per l’artista, ha spiegato e sostenuto il punto di vista del grande attore, regista, drammaturgo, scrittore e poeta italiano sul fare teatro e sulla necessita o meno del supporto di sovvenzionanti statali.
La conferenza, attraversando le problematiche legate all’ingerenza dello Stato, si proponeva di produrre una riflessione sul teatro, che permettesse di liberare il teatro dai suo “doveri morali” e di farne un luogo sempre proteso verso l’inesplorato e l’ineffabile, ovvero verso ciò che Carmelo Bene definisce Ricerca Clandestina.
Il punto chiave del pensiero dell’attore è incentrato sull’idea che lo Stato, per controllare la sperimentazione teatrale, non si ponga più come un censore ma, con il pretesto di erogare libero finanziamento a tutti i tipi di ricerca, anche a quelle eventualmente ostili, le sottometta alle sue dipendenze obbligandole alla mercificazione: dal momento che un teatro richiede soldi allo Stato, riconosce a quest’ultimo un potere e un controllo sul proprio lavoro. In questo processo ogni progetto teatrale, secondo Bene, regredirebbe a mero intrattenimento, a spettacolo; d’altronde, egli considera la politica stessa una sorta di “Teatro-Spettacolo” interessata solo a ottenere maggior visibilità in campagna elettorale.
Seguendo questo ragionamento, Zanardi ha illustrato come Bene consideri tutto il teatro di ricerca finanziato dallo Stato come uno spettacolo per diffondere piacere, benessere e progresso, inteso come evoluzione esclusivamente nel solco del potere dominante. Infatti, al fine di ricevere i finanziamenti statali, le compagnie devono assicurare un numero cospicuo di spettacoli per il godimento del pubblico. Attraverso questa gestione non plateale – sebbene pervasiva – lo Stato si sarebbe garantito (e continuerebbe a farlo tutt’ora) l’educazione dei cittadini-spettatori ad una socialità immutabile e precostituita dall’alto.
A questo tipo di teatro del benessere, Bene contrappone il teatro del dispiacere attraverso il quale lo spettatore non fruirebbe del piacere dalla visione, ma al contrario, vivrebbe il malessere psichico e fisico scaturito da essa; ciò lo porterebbe a riflettere e agire sulla propria condizione, non di cittadino membro di una comunità, ma di essere vivente malato, attivamente consapevole del suo male.
Zanardi ha spiegato ancora il pensiero di Bene definendo il suo concetto di Ricerca Clandestina: la ricerca non deve servire alla crescita o al miglioramento della società o dell’individuo, in realtà essa non ha alcun fine o scopo; deve essere funzionale solo a se stessa: «Si cerca ciò che non si vuole trovare». Una sperimentazione che non porti a nessuno spettacolo e che di conseguenza non preveda fruizione del pubblico o intervento dei critici è ciò a cui bisognerebbe puntare. Ma, tale ricerca non otterrebbe mai finanziamenti statali, svelando così la vera natura delle sovvenzioni pubbliche.
L’incontro e le attente spiegazioni del pensiero di Bene sono proseguite nell’appassionata sala dell’Asilo per ore affrontando varie e complesse tematiche, tutte correlate al tema centrale: il riciclo, il concetto di scarto, lo stato mammone, il materialismo, il concetto di patria, nazione e patriottismo.
Particolarmente interessante è stata la considerazione finale per cui, ogni qual volta nel corso della storia si sia verificato un periodo di crisi sociale, la ricerca teatrale è stata altamente significativa per lo sviluppo delle arti performative – le opportunità nascono con la crisi – e mai ciò è avvenuto grazie all’intervento dello Stato, ma sempre per la creazione di spazi autonomi, autogestiti da grandi personalità artistiche. Quindi, immergendoci nel nostro contemporaneo, bisogna riflettere sul recupero degli spazi di agibilità artistica e guardare proprio a realtà come l’Asilo, e altre simili, che favoriscono l’arte incondizionata e la ricerca senza scopo e senza alcuna risposta precostituita.

Alessia Santamaria

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