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Nel teatro storico di De Filippo, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, torna in scena Eduardo per la regia di Francesco Saponaro, che fa rivivere sul palco il tipico teatro del Maestro, sebbene incentrando la messinscena sulla presenza della morte tra i vivi.

Foto di Salvatore Pasdtore

Foto di Salvatore Pastore

Debutta al Teatro San Ferdinando, per il Napoli Teatro Festival, Dolore sotto chiave, in scena fino al 22 giugno, atto unico di Eduardo De Filippo diretto per l’occasione da Francesco Saponaro.
Il regista, che già affrontò con successo la drammaturgia del maestro napoletano nell’allestimento spagnolo de Io, l’erede (2012), porta in scena un’opera satura delle tematiche tipiche del teatro d’Eduardo, rispettandola fedelmente sia nel testo che nell’interpretazione.
Dolore sotto chiave, che nacque nel 1958 come radiodramma, è la storia di un uomo la cui sorella gli nasconde la morte della moglie temendo da lui una reazione disperata e incontrollata, mentre in realtà egli, avendo da tempo trovato conforto nell’amore di un’altra donna, desidererebbe rimanere vedovo.
Il protagonista della vicenda è l’icona del tipico anti-eroe di Eduardo: un uomo che vive una condizione di ingiustizia o inganno che lo riduce a diventare zimbello dell’ambiente piccolo-borghese in cui vive, ma che, tuttavia, non rinunzia alla lotta per affermare la propria dignità e combatte contro situazioni grottesche e paradossali che, dietro l’apparenza comica, celano un fondo tragico e doloroso. Il dato più interessante del testo scelto da Saponaro, rispetto alla ricca drammaturgia di De Filippo, è che il dramma accosta la di lui poetica alle tematiche di Pirandello, della cui lezione il maestro accolse soprattutto la concezione del teatro come metafora del vivere e l’incapacità di comunicare che esiste tra gli esseri umani, bloccati ognuno nella propria realtà.
Ciò che maggiormente sottolinea la regia di Saponaro è la presenza e l’ineluttabilità della morte, che diviene protagonista invisibile dello spettacolo: l’idea di una vita caduca e incerta, che si accompagna al presagio della fine nascosta dietro ogni gesto, è il leitmotiv della sua messinscena. Secondo le parole dello stesso regista «Dio e i morti sono presenti in casa dei fratelli Capasso al punto da essere invocati come vere presenze, giudici supremi del bene e del male». A conferma di questa interpretazione, Saponaro sceglie di aprire la rappresentazione con un prologo ispirato alla novella di Pirandello I pensionati della memoria, ribadendo così anche il ruolo che il drammaturgo siciliano ha avuto nella stesura di questo testo. Ad apertura del sipario, infatti, un becchino introduce  con ironia il tema della morte e dell’incapacità del genere umano di vivere in simbiosi con essa. Di tutto ciò la debole candela, che appare spesso in scena, è chiara metafora.

Foto Attilio Ulisse

Foto Attilio Ulisse

Gli attori, Tony Laudadio, Luciano Saltarelli e Giampiero Schiano, incarnano i personaggi di Eduardo con un’impostazione che prende a modello di riferimento il classico teatro del Maestro le cui figure, estratte dal più comune panorama napoletano, necessitano di un’interpretazione ricca di sfumature e toni propri delle espressioni dialettali, che rispondono al meglio all’esigenza di esprimere efficacemente le tematiche derivanti dai testi. Seppur la recitazione nell’insieme è convincente, non vi è però nessuna nota particolarmente incisiva, nessun momento brillante o di forte coinvolgimento emotivo, e in definitiva risulta stereotipata alle più che riproposte repliche di Eduardo.
La scenografia, curata da Lino Fiorito, è perfettamente rispondente alle scelte registiche e cerca di affrancarsi dalla ricostruzione realistica del teatro eduardiano: da un lato condensa il tipico interno borghese nell’unico elemento del tavolo centrale, mentre dall’altro rende tangibile la presenza della morte sulla scena trasformando le porte della sala in inquietanti bare funebri. Grazie a questi elementi i protagonisti entrano ed escono dalle casse mortuarie, come a restituire una circolarità che è metafora della condizione dell’umanità, in bilico tra vita e morte. Se l’idea scenografica è funzionale e aderente alla lettura di Saponaro, va però constatato che la povertà dei mezzi utilizzati e la poca cura dei dettagli ne smorzano fortemente la forza espressiva, ridimensionando un’idea di partenza meritevole e un impatto visivo che avrebbe altrimenti riscontrato un maggior successo.
Nell’ambito del Napoli Teatro Festival, una rassegna che si propone come momento di ricerca e sperimentazione, da Dolore sotto chiave ci si aspettava qualcosa in più della classica riproposizione di De Filippo, complice anche la condizione economicamente difficile in cui verte l’intero festival. Ciò nonostante l’intelligenza registica di Saponaro resta leggibile e conferma la qualità delle sue messinscene.

Alessia Santamaria

 

Teatro San Ferdinando
Piazza Eduardo De Filippo, 20 – Napoli
Tel.081 551 03 36 – 081 552 42 14
Biglietteria [+39] 081 551 33 96 – biglietteria@teatrostabilenapoli.it

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