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La storia di Cristo raccontata attraverso le lenti della contemporaneità, da chi è stato testimone delle sue parole e delle sue azioni. Il progetto a cura di Mario Gelardi debutta nella Basilica di Santa Maria della Sanità. Si replica il 2 agosto.

Foto Cesare Abbate

Foto Cesare Abbate

Parlare di Lui, il Cristo, il Figlio dell’Uomo, il Verbo, il Nazareno senza essere retorici, scontati buonisti o troppo critici non è cosa facile, eppure lo spettacolo firmato da Mario Gelardi e presentato dal Nuovo Teatro Sanità per “Lux in Tenebris”, la rassegna estiva di ntS’ in collaborazione con le Catacombe di San Gennaro, riesce a trovare il giusto equilibrio.

Lui, il Figlio è uno spettacolo corale, ispirato al libro di Kahlil Gibran Gesù figlio dell’uomo, in cui gli attori si alternano su un palco, che per questa messinscena in particolare è il suggestivo coro della Basilica di Santa Maria della Sanità, come se fossero in un’aula di tribunale, per portare il proprio ricordo, il proprio punto di vista, per attaccare o difendere Lui, l’amico il maestro il protagonista buono della Storia che ha fatto la sua “carriera” anche per merito di chi si è immolato ad essere il cattivo o l’esempio concreto della sua potenza.

Nove le storie raccontate, otto gli autori (di narrativa e teatrali) coinvolti per la scrittura dei testi e nove i testimoni che le portano in scena: Un uomo tra la folla della crocifissione – scritto di Tino Caspanello con Gianluca D’Agostino; Giuda – scritto da Emanuele Tirelli con Carlo Caracciolo; Giuseppe di Arimatea – scritto da Antonella Ossorio con Carlo Geltrude; Maria Maddalena – scritto da Fabio Rocco Oliva, con Irene Grasso; Lazzaro – scritto da Mario Gelardi con Luigi Credendino; Pietro – scritto da Cristina Zagaria con Mario di Fonzo; La madre di Giovanni Apostolo – scritto da Mario Gelardi con Roberta De Pasquale; Tommaso – scritto da Eduardo Savarese con Gennaro Maresca; La madre di Lui – scritto da Maria Cristina Sarò con Annabella Carrozza.

Un vero e proprio fil rouge, annodato ogni volta in modo diverso sul corpo dei protagonisti, unisce insieme tutte le storie, in perfetta armonia tra loro sebbene scritte da ogni autore secondo il proprio stile, e apparentemente contestualizzate ai nostri tempi – soprattutto per quanto riguarda la prima che sembra riportare alla mente una delle tante scene di cronaca nera a cui siamo abituati oggigiorno ad assistere nelle nostre strade o a sentirne parlare nei telegiornali – e nei nostri luoghi per l’uso più o meno marcato del napoletano che caratterizza il linguaggio tutti i personaggi.

Foto Cesare Abbate

Foto Cesare Abbate

Ciò che maggiormente risalta in ciascun testo e che con grande bravura è enfatizzato dalle interpretazioni commosse e intense di tutti gli attori, è l’aspetto umano, fragile, vulnerabile di Lui così come di coloro che lo hanno conosciuto, che gli sono stati accanto, che lo hanno amato o odiato e che ora ne parlano a chi, seduto dinanzi a loro – il pubblico, chiamato a interpretare realmente la platea giudicante – , non c’era ma ciò nonostante si sta arrogando il potere di giudicarli per quanto detto e fatto.

Il racconto che ne emerge è una testimonianza forte nelle parole e nelle espressioni, nei modi e nei gesti, al contempo carica di quella emotività propria del sentimento comune che lega ogni singolo personaggio e a cui il taglio drammaturgico scelto, fatto di un parlato diretto, scevro da orpelli, talvolta comico, realista, contemporaneo e profondamente coinvolgente, conferisce ancora più credibilità e autenticità così tessendo una storia che racchiude in sé molteplici elementi di riflessione e interrogativi, che appartengono a tanti, sia che ci si trovi nella posizione di credente sia in quello di ateo.

E difficile, infatti, restare indifferenti al dolore di una madre che si impone di non piangere l’unigenito morto, o di colei che soffre e si addolora avvertendo l’allontanamento da lei del figlio per motivazioni che non comprende appieno, così come all’incredulità e alla paura di chi ha assiste a eventi non spiegabili con la ragione e quasi li rinnega o ancora a chi chiede rispetto e pietà per sé come donna sempre giudicata ed emarginata per il lavoro che svolge. E se dunque un trasporto immediato, per chi ascolta e assiste, è ciò che la narrazione determina, ecco che la bellezza stilistica di una drammaturgia così come il talento di una interpretazione vissuta e non semplicemente recitata, assumono valore assoluto e imprescindibile, e quelle lacrime che rigano il volto giovane di Maria, così come l’urlo sofferente di Maddalena diventano le lacrime e le urla di tutti, perché universale è il bisogno d’amore così come il sentimento di ribellione o paura che appartiene agli uomini e alle donne in scena. Lontani da noi, per tempo e distanza, eppure riflesso di noi stessi oggi.

Irene Bonadies

Lux in Tenebris  arte, teatro e musica nella Catacombe di San Gennaro
Per info e prenotazioni: 081 744 37 14 – 339 666 6426
Calendario appuntamenti: clicca qui

Il fotoracconto di Cesare Abbate:

 

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