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In scena a Roma, al Teatro dell’Orologio, la seconda guerra mondiale raccontata dallo sguardo goliardico e al contempo impegnato di quattro giovani partigiani.

Foto di Manuela Giusto

Foto di Manuela Giusto

Sfilano tra il pubblico nella penombra, i protagonisti di Viva la guerra!, l’ultimo lavoro scritto e diretto da Andrea Bizzarri, che debutta in prima nazionale nella piccola e intima sala Gassman del Teatro dell’Orologio, dove è stato in scena fino al 7 dicembre. Come ombre disorientate, fuggite da un passato impresso nei ricordi, diventano carne, voce, e respiri, dei quattro giovani della resistenza laziale che, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, raggiungono, uno dopo l’altro, una vecchia stalla montana – curata nel dettaglio dalle scene di Sandro Ippolito –, per fabbricare una bomba da far brillare sui binari al passaggio del treno carico di rifornimenti tedeschi e diretto a Roma.

Sono poco più che ventenni, Raoul (Roberto Bagagli), smanioso infatuato dell’ideologia comunista, sbruffone e “frignone” in mimetica (fedele, come tutti i costumi di Lucia Mirabile, anche negli strappi), in perenne e affettuoso contrasto con il fratello Lucio (Davide Maria Marucci), aspirante prete (non proprio convinto), più pacato e razionale, suo “rivale in amore” e timido contenditore di Marcella (Alida Sacoor), irriverente e passionale, nonché vigorosa propugnatrice dell’emancipazione femminile. Maestra ammirata dal pavoneggiante lattaio e improvvisato artificiere Danilo (Guido Goitre), fiamma di energica comicità contrapposta al distinto – quasi aristocratico – e impostato ex soldato veneto Giorgio (Matteo Montaperto). Sono figli della guerra, o meglio, degli ultimi giorni di battaglia, quelli che portano con sé la luce del giorno, quelli, scalpitanti di speranza, che incitano agli ultimi sforzi perché lì, a un passo, c’è il ritorno alla vita, libera dalla paura, dalla miseria, dalla disperazione.

Attraverso un’interpretazione profonda e incisiva, e una messinscena che è originale e brillante cortocircuito di humor e dramma, immaginazione e realtà, la promettente compagnia Readarto dona plastica ruvidezza alla memoria e alla sofferenza collettiva attraverso un (sor)riso delicato e goliardico che non cade mai nell’insolenza, nel ridicolo, e neppure nel mero e distaccato percorso didascalico e retorico di un evento storico.

Foto di Manuela Giusto

Foto di Manuela Giusto

La regia di Bizzarri trasforma l’angusto palcoscenico in un avvincente fulcro dinamico delimitato dalle invisibili mura del rifugio, dentro e fuori le quali si sviluppa un convulso gioco di rimandi e andirivieni, di azioni, movimenti, e, soprattutto, di rapidissimi dialoghi che danno vita a un preciso e sottile incastro vocale fatto di scambi, sovrapposizioni e repliche. In questa atmosfera che di poco oltrepassa il limite del farsesco, passano i giorni e le notti, e, nell’attesa, si ride, si scherza, si litiga: è quello che fanno i ragazzi, perché è la loro natura, il loro destino. Perché è giusto così. Perché la loro forza sta nel fermare il tempo che separa gli spari, dilatarlo in istanti ricoperti di poesia, di condivisione, di spensieratezza, di ambizioni future, di umanità piena di una infantile, sincera, e istintiva purezza; e della guerra ci si dimentica, la si respinge dalla testa e dal cuore, riducendola a flebile ringhio metallico, senza volto né identità, ancora lontano, laggiù, in fondo alla valle. E noi, con loro, ci perdiamo in quel mondo d’innocenza spavalda racchiuso nel fruscio delle foglie secche, nei baci negati e rubati, negli sguardi vergini e ingenui, lucidi di sogni da afferrare, insieme. Accanto a loro, conosciamo il tradimento, il sacrificio, l’angoscia timorosa di essere scoperti. Penetriamo i loro occhi fino a toccare la loro anima, nella lancinante consapevolezza di quanto sia impreparata ad affrontare l’urlo delle mitragliatrici, madri di violenza, silenzio, e solitudine: perché troppo limpida, meravigliosamente fragile, emotiva, imperfetta, perché unita a un corpo giovane che è fatto per vivere, perché specchio di una coscienza che associa alla morte un solo, grande spavento: “e papà e mamma non li saluto?”.

Nicole Jallin

Teatro dell’Orologio
Via dè Filippini, 17/a, Roma
Contatti: 06 687 5550 – www.teatroorologio.com/

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