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In scena a Galleria Toledo, ancora fino al 14 dicembre, il terzo capitolo de La trilogia degli occhiali scritta e diretta da Emma Dante.

Foto di Cesare Abbate

Foto di Cesare Abbate

Gioca con il corpo Emma Dante in Ballarini.
Con il corpo, il ritmo e le lancette dell’orologio che scandiscono i ricordi.
E così, mentre il tempo scorre all’indietro al suono di un piccolo carillon, che poi lascia spazio a brani molto noti della musica italiana degli anni Sessanta, ecco che la storia di una coppia di amanti si de-costruisce – dalla vecchiaia (resa in scena con grandi maschere di plastica) al loro primo bacio in riva al mare – a passo di danza, attraversando un turbinio di emozioni e stati d’animo, quelli propri di ciascuna delle fasi di una vita – dalla tenerezza di un abbraccio canuto scambiato mentre si balla un lento in attesa della mezzanotte di un nuovo anno, all’euforia giovane della passione appena sbocciata – per poi ritornare al punto di partenza, a chiudere un compiuto ciclo vitale, che ora però, nel tempo divenuto presente, risulta imperfetto.
Se infatti, quando il viaggio a ritroso tra i ricordi ha inizio, lui e lei sono sempre insieme a danzare e, danzando, a scrivere, con gli  sguardi, la mimica, il movimento e solo sporadiche parole, l’intera trama della storia d’amore che li ha visti protagonisti, mentre un manto di piccole luci li sovrasta, al termine, quando la musica – finora fondamentale terza voce – scompare per lasciare spazio al silenzio interrotto soltanto da grandi, profondi respiri, ecco che a occupare la scena ritroviamo solo la donna. Piegata, con le spalle ricurve, circondata dalla semioscurità, nuovamente invecchiata, è seduta sul bordo di un baule, lo stesso baule che sin dal principio ha occupato lo spazio destro del palco ricoprendo un ruolo fondamentale, e osserva quello che, identico, le sta davanti, nell’angolo opposto, chiuso per sempre a custodire la sua perfetta metà.
Entrambi scrigni dei tanti ricordi che gli innumerevoli anni vissuti hanno prodotto, e che nel fluido racconto si materializzano nel primo pegno d’amore (il carillon, appunto), il velo, il vestito da sposa, un abito imbottito sulla pancia a simboleggiare la gravidanza, il bambolotto-figlio, gli occhiali neri dalla spessa montatura tipici del periodo in cui sono stati giovani genitori, essi rappresentano con il loro aprirsi e chiudersi e ogni volta restituire un oggetto diverso, le lancette dell’immaginario orologio di cui abbiamo scritto, che girano in senso antiorario eppure in sincrono con il battito del cuore. Quel cuore immagine del sentimento narrato e interpretato, o meglio, vissuto – dato che è impercettibile il confine tra realtà e finzione – con forza e dolcezza, poesia e complicità dai due protagonisti, Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri, coppia sulla scena così come nella vita, emblema e riflesso di un Amore universale, senza tempo, in cui diviene spontaneo riconoscersi, ritrovarsi, immaginarsi.

Foto di Cesare Abbate

Foto di Cesare Abbate

Curata nelle sfumature, lieve come una carezza ma incisivamente precisa, la regia affida alla grande bravura degli attori che vivono con la giusta tensione ogni momento della metamorfosi, alla musicalità della lingua siciliana e alla perfetta colonna sonora la preziosità del testo e lascia che a comunicare, a narrare più dei dialoghi siano le mani (da osservare quelle della Lo Sicco quando veste gli abiti della moglie anziana), gli occhi, i volti, i gesti (ora lenti, pesanti come quelli propri della senilità, ora veloci ed euforici di chi è all’acme della propria vitalità), capaci di dare consistenza, con armonia ed emozione, ad un sentimento che convenzionalmente astratto, la Dante fa esplodere nella sua profondità e semplice naturalezza, lasciando che siano i dettagli a far emergere il dolore di una assenza (emblematiche in tal senso le scene legate al rituale dell’attacco di tosse che colpisce lei e a cui seguono determinati passaggi che, sempre uguali, verranno percepiti diversamente nel momento in cui lui non ci sarà più), così come la dedizione, immutata negli anni, verso la persona amata (molto ben resa nel gesto di lei di aiutare lui a indossare la giacca), o ancora l’essere necessario l’uno all’altra (come indica la scena, apparentemente banale, dell’orologio). Con l’effetto di racchiudere nella messinscena, con fascinazione ed efficacia, alcuni dei tratti salienti della sua poetica, fortemente legata al linguaggio del corpo – quale strumento fondamentale per esternare, ogni volta con accenti diversi, condizioni interiori – così come alla ritmicità e all’improvvisazione, ovvero alla costruzione della identità del personaggio che si faccia carico delle esperienze del singolo attore, unite alle indicazioni e alla capacità di visione d’insieme e d’immedesimazione, in ogni ruolo, del regista.

Al termine, quando rapiti da ciò che si è appena vissuto insieme ai personaggi, il buio «che è all’inizio di tutto e da cui il Teatro nasce», come dichiara la stessa drammaturga, invade completamente il palco e la platea, riproducendo l’identica atmosfera sospesa e impalpabile dei primi minuti di spettacolo, gli applausi, meritatissimi, irrompono e con loro anche qualche silenziosa lacrima.

Ileana Bonadies

Galleria Toledo . Teatro Stabile d’Innovazione
via Concezione a Montecalvario 34, Napoli
Contatti: 081 425037 – www.galleriatoledo.org

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