Manlio Boutique

Al Teatro Argot Studio di Roma, Federica Fracassi racconta la fine Eva Braun in un poetico viaggio mentale tra cinema e teatro. 

Foto di Manuela Giusto

Foto di Manuela Giusto

È un ardore selvaggio di sentimenti straziati da ruminazioni, di fisiologiche ossessioni aggressive, di autolesivi spasmi mentali, la Eva (1912-1945) portata in scena al Teatro Argot Studio per “Dominio Pubblico – stagione teatrale congiunta” (dove resterà fino al 21 dicembre), dalla compagnia “Teatro i”, che è corpo, testa e impeto recitativo di Federica Fracassi, regia di Renzo Martinelli, e drammaturgia di Francesca Garolla.

Eva Braun, una delle tre “ultime” femmine di Adolf Hitler, rintracciate dalla penna di Massimo Sgorbani nella sua trilogia Innamorate dello spavento (insieme alla cagna Blondi e Magda Goebbles, alle quali sono dedicati gli altri due capitoli), è qui impalpabile tormento, irrefrenabile istinto, evanescenza illusiva che s’insinua, lentamente, un passo dopo l’altro, nell’eleganza di un abito di seta grigia e decolleté, in un palcoscenico disseminato di fogli incisi con brandelli di memoria sparsa tra un tavolino e una sedia, un cubo che supporta sigarette e telefono, un leggio, e una piccola panca imbottita, ora allusivo talamo di impudicizie e feticismi, ora culla di corpi avvelenati.
Sullo sfondo si animano le proiezioni (di Fabio Cinicola) di una vita passata, immortalata nelle scene di Via col vento, in una Rossella O’Hara che è il doppio, immaginario, ambito da Eva: ricercata sovrapposizione astratta di forti personalità femminili simili per smania vendicativa egocentrica e arrivista, per morbosa fisima idolatrante verso il proprio uomo, amante paterno e semidivino frutto di inganno allucinatorio, di sguardo romantico e distorto.

Foto di Manuela Giusto

Foto di Manuela Giusto

Lo spazio scenico diventa prigione senza pareti di un plagio autoimposto, vuoto psichico di una donna fanatica e sognatrice, vittima e carnefice di se stessa che si dimena in questo Führerbunker di luci e ombre (curate da Mattia De Pace) scavato “venti metri” nel subconscio, tra l’energica spensieratezza adolescenziale mossa nei passi di charleston e in blasfemi progetti futuri, tra le feste – ricordate o immaginate – con illustri ospiti, e i calci pieni di assurda gelosia mista a rabbiosa invidia inferti alla cagna del Führer (contenuta nella stoffa di un simbolico pupazzo), scomoda catalizzatrice di affetto, attenzioni e tenerezze.
Qui, tra gli squarci sonori dei bombardamenti e la delicatezza delle note del Tara’s theme, tra le immagini del film, ammirate, doppiate e imitate, e quelle dei suoi ricordi, abbracciate, scacciate, condannate, Eva seduce sguardo e coscienza dello spettatore, lo costringe ad assistere allo spogliarello verbale di un lucido delirio attraverso il quale, “la donna più infelice del Terzo Reich”, ripercorre le tappe di una (dis)umana dipendenza che acceca la realtà martoriata da terrore e sofferenza in nome della venerazione; che “banalizza il male” come mero fatto di politica la quale, per sua natura, non riguarda la donna; che assapora la morte tentata e sfiorata (prima con il colpo di pistola, poi con l’overdose di sonniferi), come scongiuro dell’abbandono. Qui, lo spavento non ha più alcun suono, e allora il sangue che cola fuori dalla carotide recisa è solo una carezza di calore. Qui, la paura ha smesso di vibrare nelle carni, e allora quella fiala di cianuro stretta tra le dita è l’essenza della vittoria su una fine inevitabile, saputa, attesa: sconfitta consapevole di un’anima satura di oscura e devota follia.

 Nicole Jallin

 

Teatro Argot Studio
Via Natale del Grande, 27, Roma
Contatti: 06 589 8111 – www.teatroargotstudio.com
Orari: dal martedì al sabato ore 21.00, domenica ore 17.30
Print Friendly

Manlio Boutique