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Viaggio nella poetica del non detto: al Teatro India di Roma, tre spettacoli e due convegni danno vita a un intenso percorso intorno alla lingua e alla drammaturgia di Jon Fosse.

Jon Fosse

Jon Fosse

Scandire il nome di Jon Fosse significa varcare la soglia di un teatro faticoso da leggere, impegnativo da portare in scena e da afferrare, meravigliosamente scomodo da vivere.
Classe 1959, norvegese di Bergen, tra i più importanti autori viventi, considerato il maggiore drammaturgo norvegese dopo Ibsen, tra i più rappresentati in Europa, America e persino estremo Oriente, tradotto in oltre quaranta lingue, eppure, da noi, ancora così poco conosciuto. Nelle sale del Teatro India, il progetto di Teatro di Roma e ATCL, dal 23 febbraio al 1° marzo, ha proposto un’accattivante connubio tra la messinscena di tre drammaturgie (Suzannah, il 23 e 24 febbraio, Io sono il vento, il 25 e 26, e Inverno, dal 27 al 1° marzo) affidate ai tre giovani registi Thea Dellavalle, Alessandro Greco e Vincenzo Manna, e ai loro altrettanto talentuosi attori, e due incontri-convegni che delineano un profilo autoriale, poetico e teatrale dello scrittore: “Jon Fosse. Paesaggio nordico con figure”, curato da Antonio Audino, che ha aperto i lavori al Teatro Argentina, e “Jon Fosse. Luci e ombre”, il 28 all’India, moderato da Rodolfo di Giammarco e Sergio Lo Gatto, al quale hanno partecipato anche Valerio Binasco, Valter Malosti e Gian Maria Cervo, fondatore e direttore dei “Quartieri dell’arte”, festival della drammaturgia contemporanea, che nel 2001 ha presentato per la prima volta all’Italia uno dei più importanti autori europei.
Una combinazione avvincente, la prima di un annunciato triennio di rassegne, che ha permesso al pubblico d’immergersi in una teatralità misteriosa più che complessa, magneticamente inspiegabile più che incomprensibile, e in una vorticosa scrittura la cui tecnica linguistica trascina i personaggi, le storie, e la stessa struttura testuale in versi, in una partitura ritmica minuziosamente calcolata, risonante negli occhi di chi legge, e soprattutto nelle orecchie di chi ascolta, come una delicata, impercettibile melodia musicale.
Una teatralità mai palesata, mai definita, che scaturisce dall’impatto con uno stile forte e travolgente, immediatamente trasferito sulla pelle, sotto la pelle, dentro i nervi dello spettatore, come una lieve e costante carica elettrostatica. Sotto di essa pulsano temi di estrema e immediata essenzialità (dall’amore all’attesa, dall’abbandono alla vita e alla morte) che ci trascinano nel conflitto interiore dell’animo umano, del suo personale e unico rapporto con l’esterno, con l’altro, con il mondo. Ed è proprio in questo momento che Fosse arresta le parole, la metrica, le battute, dilatando le “pause”, molte, moltissime, scritte, ricercate, ripetute: segni grafici sulla pagina che la lettura può eludere ma che, sulla scena, diventano ipnotica e disarmante estensione e distorsione spazio-temporale.

Foto di Riccardo Salari

Foto di Riccardo Salari

È una distanza intima, recondita, riflessa in una lontananza fisica e una nevrosi della parola, scarnificata, teneramente mutilata dal suo non essere pronunciata, quella che Vincenzo Manna traferisce sulla scena completamente vuota di Inverno. Le frasi, soffocate a metà nella gola completano la relazione, tanto passionale quanto a noi appena sussurrata, di una coppia, qui formata da due donne (Anna Paola Vellaccio e Flaminia Cuzzoli): l’una in carriera con famiglia, l’altra giovane e sbandata prostituta. Manna va oltre la musicalità della lingua: «Non mi bastava più – dichiara il regista – avevo bisogno di capire di cosa parlasse», e fa dei dialoghi il semiotico ponte sonoro di un legame – mai volgare né banalmente omosessuale – attrattivo, affettivo e concettuale, nel quale la pacata compostezza della prima e gli scurrili sfoghi della seconda sfumano reciprocamente gli uni negli altri, confondendone corpi e menti, come appartenenti alla stessa felliniana femminile entità.

Foto di Riccardo Salari

Foto di Riccardo Salari

Un unico essere frammentato in coscienze multiple. È Suzannah Thorosen, la moglie di Ibsen il cui rapporto è descritto da Fosse con dovizia di particolari, che sulla scena di Suzannah, attorno a un tavolo in parte imbandito, rivive in tre diverse età, assegnate dalla regia di Thea Dellavalle a Bruna Rossi, Irene Petris e Barbara Mazzi. Come intrappolate in una deleuziana immagine cristallo, la virtualità della stessa donna si attualizza nelle tre prospettive carnali, liberando nelle loro voci conversanti la frustrazione dell’attesa dell’uomo amato, dell’incontro eternamente rimandato, della «necessità paradossale – come sottolinea Dellavalle – di affrontare una solitudine che è comunque di coppia».

Ma c’è qualcosa di spirituale che avvolge i personaggi fossiani. Sembrano fatalmente assorbiti in un’aura, densa seppur astratta, di coesione immortalata tra la vita che scivola via e l’abbraccio placido della morte. Un velo di nebbia nella cui trasparenza s’intrecciano interrogativi identitari, incertezze sensoriali, disagi mentali e fisici, dilemmi esistenziali. E loro, personaggi senza nome, né passato, né futuro, sono rappresentanti presenti e universali dell’umanità e, nello stesso tempo, declinazioni anonime di uomini e donne qualsiasi, chiunque. Fosse definisce una “poetica delle persone”, nella quale permane una tensione, una temperatura, una resistenza alimentata da domande perennemente orfane di risposte, che rendono l’aria spessa, palpabile, schiacciata da una tensione angosciosa.

Foto di Riccardo Salari

Foto di Riccardo Salari

Su questa presenza invisibile si plasmano le fibre di un tendineo desiderio emotivo che unisce indissolubilmente i personaggi e che viene stressato fino a sentirne la rumorosa frattura del distacco, della muta e logorante reazione alla perdita, ma che, contemporaneamente, si ritira, avvicinandoli fino ad amalgamarne le coscienze. Una laboriosità frastornante che trasuda, da subito, il fascino ambiguo e irresistibile dell’indicibile seduzione di Jon Fosse: un improvviso e inconsapevole sprofondamento in una verginità linguistica, in un’impossibilità di dialoghi, di parole abortite nel silenzio degli sguardi, di gesti sfumati nell’inerzia, di corpi sfiorati, di pensieri abbandonati all’empatia. È quello che si tocca con la testa e con il cuore assistendo a Io sono il vento, la cui messinscena di Alessandro Greco – distante da quella tecnicamente avanzata di Patrick Chéreau del 2011 – sfrutta appieno la semplicità dei bancali affiancati a terra per descrivere un’immaginaria imbarcazione accerchiata, alla base, da specchi che riverberano un mare fatto solo del rumore delle onde. Terra dondolante senza limiti, grazie alla quale due uomini (Giulio Maria Corso ed Eugenio Papalia), apparentemente simili (stessa camicia bianca, stessi pantaloni scuri), navigano nell’indefinito, lontano dal frastuono della gente, dal movimento della vita, dai colori della realtà. L’uno consapevole che solitudine è sinonimo di non-esistenza, l’altro in cerca di risposte a questa lucida malinconia dell’anima, rassegnata, accettata. Sono eterei compagni di un’intolleranza mentale, di una nausea esistenziale che li avvolge e li separa tra confidenze e accuse, rendendoli complici voci di sotterraneo ed echeggiante silenzio. Un silenzio di grazia molesta, udibile a chi, come loro, resta sospeso, per sempre, nella quiete che sta lì, immobile, un passo dopo la vita, un passo prima della morte.

Nicole Jallin

 

Teatro India
Lungotevere Vittorio Gassman (già Lungotevere dei Papareschi), 1 – Roma
Tel. 06 684 00 03 11 / 14
www.teatrodiroma.net

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