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In occasione della mostra dedicata all’OPG di Aversa che sarà allestita a Napoli, dal 12 al 15 marzo, a Castel dell’Ovo, durante la quale sarà proiettato il documentario “Caini d’Aversa” sul lavoro della compagnia all’interno del manicomio criminale, QuartaParete ha intervistato i registi e fondatori Anna Gesualdi e Giovanni Trono.

479708_10151331378589286_866183643_nTeatrInGestAzione, di base a Napoli, produce opere dal forte impatto visivo; persegue un’estetica basata sul rigore della presenza, la sobrietà degli elementi e l’uso essenziale dello spazio. Ne raccolgono l’esperienza tesi di laurea e pubblicazioni tra cui “Testimonianze Ricerca Azioni” ed. AkropolisLibri 2014; “Il tempo a Napoli” di Piermario Vescovo, Ed. Marsilio 2011; “Recito, dunque so(g)no” di Pozzi e Minoia, Edizioni Nuove Catarsi, 2009. Nel 2006 (fino al 2014) conduce il progetto teatrale permanente nel Manicomio Giudiziario di Aversa, producendo gli spettacoli Che ne sarà dei Fiori; Fratello Mio, Caino; La Giostra, ovvero l’eccezione È la regola; Noi Aspettiamo (Godot?). Nel 2011 debutta Caini d’Aversa, film documentario (di Nicois e Palamara, produzione Prima Pagina), sul laboratorio teatrale all’interno del Manicomio Criminale di Aversa. Nel 2011 è tra i soci fondatori del Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere. Nel 2015 inaugura il laboratorio teatrale nel carcere di Poggioreale.
La compagnia è ospite di rassegne e festival nazionali e internazionali, tra cui l’Institut für Theater-Film und Medienwissenschaft-Goethe Universität di Frankfurt am Main (Germania) 2011; Ella Fiskum Danz R.E.D. (Norvegia) 2013; APACHE season two – Milano 2015; Italian Performance Platform/Ipercorpo – Forlì 2014; Trasparenze Festival – Modena 2014; Testimonianze Ricerca Azioni, Teatro Akropolis – Genova 2014; Finestre sul Giovane Teatro, Teatro Ridotto – Bologna, 2013; Napoli Teatro Festival Italia – Napoli, 2010; È(C)CENTRICO – Torino 2011 e 2013; Presente/Futuro 2011 – Palermo. Nel 2011 è vincitore del premio DE.MO./ Movin’UP a supporto della circuitazione dei talenti italiani emergenti nel mondo (GAI e MiBAC). Dal 2011 ideano e curano la direzione artistica di Alto Fest – Festival di Arti Performative e Interventi Trasversali (altofest.net), e di ALTO FRAGILE (altofragile.eu) dispositivo di condivisione dell’atto creativo tra pubblico e scena.

Come e quando è nata questa attività di teatro?
Anna Gesualdi: Parte da una precedente esperienza che abbiamo fatto insieme ai diversamente abili della comunità di Capodarco in Umbria, durante la nostra collaborazione con Laboratorio365 (fondato da Bonriposi/Tordoni). Da lì è nato il nostro interesse nel mettere a disposizione le nostre capacità e la nostra arte al fine di sviluppare una nuova espressività per gente affetta da problemi di disabilità fisica e mentale. Successivamente, ritornati a Napoli nel 2006, grazie all’incontro con il prof. Adolfo Ferraro, allora direttore del Manicomio Giudiziario di Aversa, abbiamo inaugurato il progetto teatrale (didattico e creativo), rivolto agl’internati, basato su un’attività di risveglio espressivo e ricerca di spazi di dignità umana.

Come vi siete approcciati inizialmente agli internati?
Anna Gesualdi: Il nostro lavoro parte dall’osservazione del corpo.

Giovanni Trono: Dall’osservazione del corpo e dei suoi limiti, riqualificandoli come possibilità, opportunità. Diamo voce al limite, a ciò che voce non ha perché il linguaggio, che quel limite possiede e nel quale quel limite può parlare, non è rintracciabile nel quotidiano.

Anna Gesualdi: Noi, che ci consideriamo strutturati in maniera normale, questo linguaggio lo consideriamo estraneo, lontano, distante e quindi anormale. In realtà, il nostro lavoro, partendo dal corpo e dalla sua osservazione, prende vita dal concetto che ai nostri occhi tutti i corpi sono eguali, cioè tutti i corpi hanno uguali possibilità espressive: bisogna capire qual è la singolarità espressiva di ogni corpo e valorizzarla.

Ci sono più limiti fuori o dentro all’interno della struttura?
Anna Gesualdi: Quella struttura stessa è un confine quindi è il limite stesso, è la rappresentazione del confine di questa distanza. Non posso rispondere dicendo che c’è più limite fuori, non c’è un più o un meno ma è proprio la diversità placcata da quel confine, che è proprio il manicomio di Aversa.

Nel 2006 è nata una Compagnia Stabile formata da attori detenuti e registi. Cosa ha significato per voi la nascita di questa compagnia? Quali risultati avete ottenuto?
Anna Gesualdi: la Compagnia noi la chiamiamo “stabile” nel senso che per 8 anni stabilmente siamo stati là dentro ma, non è stata stabile negli elementi che l’hanno composta nel tempo perché, fortunatamente, molti internati sono riusciti ad uscire e sfortunatamente tanti altri ne sono arrivati. La Compagnia, quindi, è stata “stabile” nel suo proporsi di anno in anno, ma “instabile” negli elementi. “Stabili” sono anche i risultati perché ogni obiettivo raggiunto da un singolo gruppo, in realtà, appartiene ad un percorso unitario che si sviluppa nel tempo. Nel corso di questi anni abbiamo prodotto con loro quattro spettacoli: siamo partiti da un lavoro su Beckett e in particolare su Aspettando Godot, poi abbiamo attraversato Brecht ne L’Eccezione e la regola, successivamente abbiamo analizzato l’opera di Byron con uno studio sul Caino e infine invece abbiamo messo in scena Che ne sarà dei fiori, uno spettacolo che si ispira al dramma Donna Rosita nubile di Federico Garcia Lorca. Nell’ultimo periodo, invece, stavamo affrontando poeti come Ginsberg, Leopardi, Dante e Artaud. Poi abbiamo deciso di sospendere l’attività e inaugurare un nuovo progetto nella Casa Circondariale di Poggioreale, che avrà il suo debutto ad ottobre 2015. Decisione presa quasi forzatamente, dato che il 31 marzo prossimo gli OPG d’Italia dovrebbero definitivamente essere chiusi.

Nei vostri lavori che vengono messi in scena c’è l’idea di spettacolarità?
Anna Gesualdi: Il nostro lavoro si basa sul tenere vivo il momento in cui l’atto creativo si origina. Ci sentiamo un po’ schiavi di quella che è la concezione dello spettacolo nel pubblico che ci incontra o nei critici. Per noi lo spettacolo è momento d’ incontro, è il momento in cui esponiamo la nostra opera. Il nostro lavoro, però, non è spettacolare, anzi è sempre un incontro molto intimo e relazionale.

Quali sono state le resistenze che avete incontrato inizialmente lavorando in questo tipo di ambiente?
Anna Gesualdi: In questo caso si può ben parlare di ambiente e non di singolarità nel senso che le resistenze che abbiamo incontrato sono state di natura burocratica e non dovute alla relazione con gli internati.

Giovanni Trono: Per superare l’imbarazzo (che può generarsi durante il laboratorio) bisogna abitare lo stesso luogo e lo stesso tempo condividere il principio e la necessità dell’azione e della parola, della propria presenza

Anna Gesualdi: Il corpo, che è sempre il nostro punto di partenza, è considerato come un luogo della nostra presenza. Il luogo che contiene i nostri corpi anch’esso è il luogo della nostra presenza: il primo passo è condividere un luogo. Ad esempio, nella sala dove svolgiamo l’attività il primo passo è stare senza fare nello stesso luogo e da quello stare insieme inizia il cammino: i concetti di barriera e di resistenza vengono eliminati perché stiamo tutti sullo stesso punto di partenza.

Dove vengono messi in scena i vostri spettacoli?
Anna Gesualdi: Ci sono diversi fattori che rendono possibile la messinscena di uno spettacolo dentro o fuori le mura di un carcere o di un qualsiasi istituto e dipende dagli istituti stessi, dalla Regione e dai finanziamenti: in ogni caso non dipende dalla tua visione. Per esempio, a noi è risultato, a volte, più semplice promuovere e portare i nostri lavori fuori dal manicomio che non cercare di organizzarne uno dentro. Aversa, in particolare, è un posto che vuole essere tenuto nascosto, in cui le varie amministrazioni hanno sempre cercato di non aprirsi al pubblico soprattutto dopo la direzione del professore Ferraro che, invece, aveva una visione molto più innovativa della direzione di quel luogo. Nel 2008, nell’Ospedale giudiziario di Aversa le direzioni si sono disgiunte e il professor Ferraro è andato definitivamente via. Ancora oggi le due direzioni sono disgiunte e, quindi, ogni volta che bisogna fare qualcosa o portare una proposta bisogna riferirsi sia alla direzione giudiziaria sia alla direzione sanitaria che tra di loro spesso non comunicano e che hanno visioni disgiunte. Ecco qui c’è quella resistenza di cui sopra, una forte resistenza, cioè quella burocratica amministrativa, la stessa, mista ad ignoranza e indifferenza che si trova nelle istituzioni regionali, che non sostengono progetti di teatro carcere o semplicemente se ne disinteressano. Non è così in altre regioni d’Italia, dove i progetti di teatro carcere sono sostenuti e promossi dalle istituzioni, in accordo e in dialogo con gli artisti e gli istituti. La nostra attività all’interno del Manicomio Giudiziario di Aversa, benché permanente, è stata volontaria. Alla giornata mondiale del teatro del 27 marzo è stato triste e beffeggiante leggere le comunicazioni del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), diramate a tutti gli istituti, in cui ci consigliavano vivamente di realizzare eventi in occasione di questa giornata. Ma i soldi? Si specificava anche che tutti gli eventi dovevano essere fatti senza alcun onere per l’amministrazione penitenziaria. Ecco che il limite, la resistenza burocratica e amministrativa finanziaria fondamentalmente incide sulla tua estetica. È questo il grave problema perché in questo modo il mio tratto distintivo di artista viene meno. Tutto diventa un calderone sociale da cui noi cerchiamo di fuggire perché non siamo operatori tout court sociali, cioè noi siamo autori e crediamo che il nostro modo di creare possa entrare in dialogo con la capacità espressiva degli internati: c’è un incontro artistico tra noi e loro. Non stiamo lì a fare beneficenza e questo elemento è fondante anche dell’efficacia del nostro lavoro lì dentro, perché gli internati sentono che tu gli dai dignità in questo modo. Noi andiamo lì incontrando altre persone non pensando che siamo i salvatori della patria. In questo modo i reclusi riacquistano un’identità nella possibilità di esprimere il loro pensiero, la loro esistenza di fronte a persone che vengono dal mondo esterno e che semplicemente li ascoltano e che sono disposti a considerare il dato reale delle loro parole e dei movimenti che esprimono.

Spesso si sente parlare di riabilitazione e risocializzazione rispetto alle finalità della pratica teatrale. Voi cosa ne pensate?
Anna Gesualdi: Il teatro è riabilitativo di per sé e per chiunque. Se tu mi parli del teatro terapia io dico che non esiste perché il teatro è terapeutico di per sé . Il teatro nasce come momento catartico collettivo e mantiene il dato rituale che poi è stato cancellato dal teatro borghese. Il nostro lavoro tenta disperatamente di mantenere vivo il rituale, di modo che si possa riproporre in un incontro che vada al di là della fruizione e dell’intrattenimento.

Cosa significa, secondo voi per un internato far parte di un gruppo di lavoro?
Anna Gesualdi: Riappropriarsi di se stesso in funzione collettiva e comunitaria. Essere considerati nella comunità è fondamentale perché, in realtà, il carcere è un luogo messo a distanza dalla comunità. Il nostro lavoro verte sulla dinamica relazionale e sul far riavvicinare i linguaggi. Per questo motivo gli internati sono contenti di ritrovare un luogo che è quello della comunità.

Giovanni Trono: Ma riavere il dono della parola non è necessariamente una cosa di cui essere contenti perché a volte hai da dire delle cose non proprio belle. Gli internati sanno che attraverso quella cosa loro possono riavere di nuovo parola perché dentro ad un ospedale psichiatrico giudiziario il malato di mente è un uomo a cui non viene mai dato credito di nessun tipo, è un uomo che qualsiasi cosa dica non ha valore. Le loro parole sono totalmente svuotate di senso e non in virtù di un altro senso ma in virtù di nessun senso, in virtù di orecchie sorde. Mi permetto di dire, anche se non sono uno psichiatra, che questa cosa è il contrario di qualsiasi tipo di terapia possibile perché se svuoti una persona della possibilità di dirsi come puoi pretendere di curarla, di renderla capace di avere rapporti sociali con gli altri. Gli internati hanno coscienza di questa cosa perché loro sanno che in quel posto sono considerati pazzi, molti sono coscienti della propria patologia. Noi abbiamo i nostri pareri e le nostre osservazioni ma sono ambiti che non ci competono. Il teatro in questo contesto diventa riabilitativo nella restituzione della parola piena.

Cosa possono fare le istituzioni per migliorare questo tipo di attività?
Anna Gesualdi: Non è soltanto una questione di soldi ma anche una questione di considerazione perché c’è un’assenza delle istituzioni. Noi, col tempo, siamo riusciti a raccogliere la partecipazione di alcuni agenti penitenziari e di alcuni infermieri. Mentre i direttori e i rappresentanti delle amministrazioni e coloro che detengono il potere lì dentro improvvisamente si materializzano la sera dello spettacolo e nelle occasioni pubbliche. Allora non è solo una questione di soldi, ma di sostegno etico, personale, di impegno personale. Non ci mettono la faccia nel processo di lavoro, non scendono nelle stanze del teatro, ma lo spettacolo sì, quello è il loro momento, la passerella. Anche lì ritorna la nostra azione nel sottrarre il concetto dello spettacolo così com’è disegnato e pensato dalla società, a favore di una realtà crudele, essenziale, lontana da ogni tipo di “rappresentazione”. Non sono rare le occasioni in cui tutto il lavoro svolto va in fumo, perché il permesso del magistrato di sorveglianza arriva negato all’ultimo momento, magari il giorno stesso dello spettacolo, per cui sei costretto a lavorare sapendo che può succedere che un burocrate, che non sa niente di quelle vite, se non per averle incontrate durante i pochi minuti del riesame, e attraverso le carte processuali, decida del valore del tuo lavoro e della sua efficacia sui destini dei reclusi, che magari proprio attraverso il teatro hanno iniziato a pensarsi uomini. Comprendiamo chiaramente la responsabilità di questi funzionari, ma non accettiamo la distanza con cui viene esercitata la professione. I reclusi sono uomini e non capi di bestiame.

Giulia Esposito

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