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Con un memorandun su Anna Politkovskaja si inaugura al Teatro Argot Studio di Roma la rassegna che, in programma dall’8 al 22 marzo, scandisce in dodici spettacoli la voce “resistente” delle donne contro la violenza.

Fonte foto Ufficio stampa

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Essere donna porta con sé la necessaria conseguenza di coniugare nel fisico, nel cuore e nella mente, la dignità, la forza e la tenacia a sopportare. Significa essere capaci di affrontare la drammatica scabrosità del mondo martoriato da ingiustizie e soprusi, sofferenze e disuguaglianze; significa essere carne livida di un “pensiero resistente”, di un grido rispettoso che si aggrappa alla vita, nonostante tutto. È questo il tema di “La scena sensibile”, ventunesima edizione della rassegna di teatro e letteratura femminile, ideata e curata da Serena Grandicelli, che riempirà la sala del Teatro Argot Studio fino al 22 marzo.
Ad aprire il festival, Donna non rieducabile (in replica anche il 15 e 16 marzo): un memorandum composto da Stefano Massini che indaga la figura della giornalista russa Anna Politkovskaja attraverso alcune delle sue inchieste e dei suoi reportage. Testimone scomodo degli orrori della guerra cecena, della corruzione e degli abusi delle truppe federali, Anna, con la cura di Rosario Tedesco, assorbe sul palcoscenico l’anatomia di parole e sguardi di Elena Arvigo (unica interprete e ideatrice del progetto).
C’è un’intimità densa di commozione ruvida che penetra tra gola e cuore; c’è una drammaticità dirompente e soave che scivola sulla scena spoglia; c’è un’umanità risonante di un dolore silenzioso e pungente racchiuso in un’esistenza femminile avvolta in un cappotto scuro e logoro; e c’è una sobrietà registica che richiama la messinscena di Silvano Piccardi e che ora riempie l’aria di una dolcezza privata e tagliente, stretta tra i chiaroscuri e le proiezioni video (a opera di Andrea Basti), tra una sedia abbandonata nell’angolo, qualche busta della spesa e piccoli mazzi di fiori. A interrompere questa ponderosità statica, lo stipite mobile di una porta mancante continuamente ribaltato, abbattuto, sovrastato, trascinato come un astratto carro di Madre Courage. E intorno a questa lignea appendice di un terreno di guerra naufrago di sentimenti e memoria, i ricordi pulsano nelle tempie, scorrono tra i nervi, tremano sulla pelle attraverso un’interpretazione di emotività fervida che non cede mai in pietismi o leziosità, ma che invece traduce in immagini sensoriali l’assurdo orrore brechtiano della guerra. Nei nostri occhi si compone il grigiore dei palazzi disabitati, il gelo delle strade annerite di sangue e polvere, la nebbia invisibile del tempo squarciato dalle esplosioni e poi sospeso immobile, gocciolante di brandelli di vite e detriti, di vetri infranti e urla, di disperazione e rancore.
Parte da questa terra abitata da un’umanità soffocata, annullata, svuotata di se stessa, lo sguardo umido e scavato della Arvigo che, velato di una solenne e malinconica fierezza, ci trascina dentro un corpo piegato dalla quotidianità umiliata e negata (nel cibo, nel sonno, nei diritti, nelle libertà), quella che rende sacra persino la carezza dell’acqua corrente. Poco a poco scendiamo giù, nel profondo di un’anima mutilata da una “banalità del male” che ha violentato la psiche dei giovani, dalla propaganda che nasconde il folle squallore umano nella cecità del plagio, dalla minaccia e dal terrore che schiacciano la realtà in fondo alla gola di chi, per dovere morale e professionale, si sacrifica per strappare la luce della verità al buio dell’oblio.

Nicole Jallin

Teatro Argot Studio
via Natale del Grande, 27, Roma
contatti: 06 589 8111 – www.teatroargotstudio.com
orari: tutti i giorni ore 21.00; festivi ore 17.00; 8 marzo ore 21.00

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