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A quarant’anni dalla sua morte, lo scrittore, poeta e intellettuale rivive al Teatro Vascello di Roma nel giorno del suo compleanno in uno spettacolo tra l’onirico e il documentario. Repliche fino a domenica 15 marzo.

Foto Valentina Baruffo

Foto Valentina Baruffo

Ispirato a “Lettere Luterane”, raccolta degli ultimi articoli che Pier Paolo Pasolini ha scritto nel 1975 per “Il Mondo” e “Il Corriere della Sera” e, in particolare, all’intervista-testamento, che lo scrittore ha rilasciato il primo novembre del 1975 a Furio Colombo poche ore prima del suo assassinio, lo spettacolo Siamo tutti in pericolo non è solo un resoconto, bruciante, degli avvenimenti politici e culturali dell’Italia degli anni Settanta, letti con la lente di un poeta.
Lo chiarisce subito Daniele Salvo, regista e drammaturgo della pièce, al suo debutto al Teatro Vascello dal 5 al 15 marzo (prodotta da La Fabbrica dell’Attore in collaborazione con Fahreneit 451 Teatro): «L’opera provoca riflessioni di stampo politico ma non vuole essere un documentario», e aggiunge: «Per me era soprattutto necessario amplificare l’ambito poetico» dell’opera di Pasolini.
La scommessa è riuscita.
Con una scenografia dominata dal bianco e nero (i colori del pavimento, delle videoproiezioni e dei pochi e funzionali elementi scenici quali un letto, una sedia girevole, una scrivania), gli effetti di luce ed ombra, i chiaroscuri vocali del protagonista (un vibrante Gianluigi Fogacci, nei panni dello scrittore), Salvo ci restituisce vigorosamente non solo gli scritti (riproposti fedelmente, secondo gli insegnamenti di Luca Ronconi con cui il regista ha lavorato diciotto anni e da cui ha appreso l’importanza di mettere al centro “il mondo dell’autore, non del regista”) ma l’essenza di Pasolini, la sua identità, in primis la sua tragica contraddizione.
Infatti, il Pasolini che ci descrive Salvo e che vive nella coinvolgente interpretazione di Fogacci, intervistato e messo “sotto processo” da un audace ed incisivo Raffaele Latagliata (nei panni di Furio Colombo), è, al tempo stesso, un appassionato poeta, che si abbandona allo stupore per il candore degli emarginati, e un intellettuale lucido e disincantato, inquisitore della Democrazia Cristiana che rifugge dalle ideologie comuniste.

Foto Valentina Baruffo

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Le due anime di Pasolini, il poeta e l’intellettuale, prendono corpo già da prima che inizi l’azione scenica.
Basta varcare la soglia della sala per cogliere l’atmosfera dello spettacolo, ovvero l’equilibrata e attraente miscela tra l’onirico e il politico-documentario: ad accogliere gli spettatori mentre si prende posto, sono una nuvola di fumo bianco e la voce registrata dello stesso Pasolini che legge poesie tratte da “Le Ceneri di Gramsci”; al centro del palco si intravedono un giovane uomo nudo (Michele Costabile, che sembra incarnare Ninetto Davoli, l’adolescente che per Pasolini rappresentava la purezza e l’ingenuità) ed un uomo (Fogacci) seduto alla scrivania dinanzi alla sua vecchia Olivetti. Il giovane, poi, inizia a muoversi con grazia e disinvoltura e Pasolini apre un libro da cui si sprigiona una fiamma che gli illumina il volto forse a voler sottolineare, con un riuscito effetto scenico, la “forza caustica” della parola scritta.
L’onirico (o meglio, l’incubo) lo si ritrova espresso efficacemente anche in un momento successivo: quando si vede Pasolini, dormiente ed indifeso, aggredito con un manganello da un uomo dalla camicia nera, con il volto coperto da una mostruosa maschera di lattice e dagli inquietanti movimenti sincopati; una scena che sembra profetizzare l’assassinio del poeta, di ancora oggi non sono chiari gli autori e le responsabilità.

Foto Valentina Baruffo

Foto Valentina Baruffo

A mantenere alta l’attenzione del pubblico sono, oltre a questi riusciti espedienti registici, anche le numerose proiezioni (immagini video Indyca, Torino) con immagini di repertorio dell’Italia degli anni di piombo e con volti di vari politici dell’epoca, quali Nixon, Papadopoulos, oltre ai principali esponenti della Dc (da Andreotti a Moro) e gli espressivi ritratti del poeta, opera di Franco Accursio Gulino. E, per finire, le laceranti parole di Pasolini, proiettate a caratteri cubitali sullo schermo, ancora oggi così attuali: “I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali. I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità.  I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna. I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso, la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata”(tratto da un articolo pubblicato su “Il Corriere della Sera” il 28 settembre del 1975).
A questo grido ben si accompagna il concerto n. 2 di Mikolaj Gorecki che, come spiega il regista «è il commiato di un figlio condannato a morte nelle prigioni dei Paesi ex comunisti» e dove nel canto accorato del soprano che interpreta il doloroso addio vibra tutto Pasolini, il suo addio all’Italia che lo ha generato e il suo monito a restare vigili, senza cadere preda del consumismo e della massificazione e mercificazione dei rapporti umani, perché, come egli stesso spiega alla fine della sua ultima intervista: “Siamo tutti in pericolo”.
In concomitanza con l’ultima replica, il 15 marzo verrà rappresentato sempre al Teatro Vascello, in unica data, il progetto “Pilade” che nasce da un laboratorio sull’omonima tragedia di Pasolini, realizzato dalla compagnia de “I Sognatori”, con la regia di Daniele Salvo.

 Elvira Sessa

Teatro Vascello
Via Giacinto Carini, 78, Roma
Conatti: 06 589 8031 – www.teatrovascello.it

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