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Al Nuovo Teatro Sanità di Napoli, in scena ancora oggi pomeriggio, con un cast in parte rinnovato, la pièce delicata e a tratti sapida, che tratteggia un amore omoerotico nella cornice dell’Italia degli anni Settanta.

Fonte foto Ufficio stampa

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Sul palco del teatro della Sanità in scena, dal 12 al 15 marzo, un’opera drammatica lineare e pulita – così come semanticamente da intendere: la scenografia è priva di inutili orpelli, la trama non indulge alla complessità, la storia d’amore raccontata è “naturale e casta”, pur nelle scene di sesso -, scritta da Mario Gelardi per la regia di Giuseppe Miale Di Mauro, che affonda con delicatezza nell’incontro, e successivi sviluppi, di due uomini: Massimo, gestore di un ristorante napoletano in vece di suo fratello Antonio, ed Emilio, “che è giovane e ricchione”, si conoscono e si rivelano l’un l’altro in un contesto che non può accettarli, ovvero la Napoli anni ’70, città infettata dal coacervo delle coeve devianze ideologiche, che trasformarono l’Italia del periodo in una polveriera.

Una impazzita serie di martellate contro una parete di alluminio squassa l’aria col suo rimbombo assordante: i mostri di dentro degli spettatori sono risvegliati da questa “campana del male”, i cui terribili rintocchi, nel buio del teatro, proiettano in scena la strage di piazza della Loggia, terminus post quem della messinscena.
Antonio (Ivan Castiglione), il proprietario del ristorante essenzialmente riprodotto sull’assito, prototipo dell’uomo incapace di accettare la molteplicità dell’esistente, incline alla violenza – mentale prima che fisica – e ben integrato negli schemi di una società violenta e insensibile, si trova ad assumere un giovane riccioluto alla moda, Emilio (Adriano Pantaleo), come lavapiatti, affidandolo alle dipendenze di suo fratello Massimo (Andrea Vellotti), vero gestore del locale.
Nel volgere di poco tempo, però, il rapporto tra il lavapiatti Emilio e il gestore Massimo porterà i due ben oltre ciò che la società dell’epoca – e, forse, al netto delle beneducate ipocrisie moderne, quella attuale – poteva concepire, in un crescendo di sguardi, parole e sorrisi di dolce complicità, che culmina nel loro liberatorio far l’amore, in modo segreto e appassionato, all’interno della stanza alcova del loro sentimento. Nudi e felici, i loro corpi trasudano le percezioni delle due anime, e in scena si attua il battesimo del loro sentire omosessuale: una rivelazione naturale, fisica e pura, e pienamente umana.
Emilio, il cui desiderio più acceso era, in principio, quello di andare via per vivere a Londra, ha letto negli occhi dell’educato e sensibile Massimo i suoi stessi turbamenti di omosessuale, i suoi stessi desideri d’amore scioccamente ammantati di rispettabilità – attraverso il già pianificato e ormai prossimo matrimonio con Annarella -, lo stesso incendio appiccato da Eros, ed ora vuol restare a Napoli.
Ed è fiamma vera anche per Massimo, che non può essere estinta dagli infingimenti borghesi, ma che, però, pure deve rimaner celata, sopita, nascosta sotto il velo del non detto – perché “mio fratello a quelli come te li scomma di mazzate”.
Così nel giorno del suo matrimonio Massimo giura l’amore due volte: artatamente sull’altare, genuinamente sulle labbra del suo Emilio.

Fonte foto Ufficio stampa

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Ma Napoli, questa Napoli non può accettare che un suo così semplice e decoroso figlio si lasci andare alle seduzioni dell’omosessualità, additata come un vizio sporco da spazzare via con forza; e così, nei giorni dell’affaire Pasolini, una voce, un bisbiglio, un’eco delatoria vola fino all’udito di Antonio. E si compie la più ingiusta giustizia, quella dell’ignoranza che tracima in supponenza, orgoglio artificialmente rigonfio, della mano barbara che traduce l’odio inintelligente in assassinio.
Una impazzita serie di martellate contro una parete di alluminio squassa l’aria col suo rimbombo assordante: è il sangue sputato da Emilio, negli attimi in cui Massimo vola in viaggio di nozze, a macchiare di rosso la sua camicia bianca, l’anima nera del carnefice, le vite mozzate di due uomini innocenti e innamorati.
La messinscena, la cui storyline si snoda con una semplicità quasi eccessivamente narrativa e forse prevedibile in alcuni passaggi sebbene comunque dalla forte presa emotiva, risulta, d’altro canto, d’impatto sulla platea, soprattutto grazie alla riuscita performance degli attori, coerentemente naturalista, ed al supporto di scelte musicali ben calibrate, capaci di tenere per mano gli spettatori e di dar ritmo all’intera rappresentazione.
Inoltre, la scelta di legare gli eventi a due fatti tragici della storia d’Italia arricchisce la percezione del pubblico, finendo per generare un contesto di riferimento nel quale inquadrare i drammi e le incompiutezze di un Paese che è sempre un “quasi”, un’eterna, meravigliosa e bestiale collettiva imperfezione.

Antonio Stornaiuolo

 

Nuovo Teatro Sanita’
Piazzetta San Vincenzo, 1-Napoli
Info e prenotazioni:339 666 64 26 – info@nuovoteatrosanita.it
Orario-spettacoli:venerdì e sabato 21.00 – domenica 18.00

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