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Il thriller psicologico di Giuseppe Tornatore si fa messinscena per la regia di Glauco Mauri, protagonista insieme a Roberto Sturno sul palcoscenico del Teatro Bellini di Napoli, da martedì 17 a domenica 22 marzo 2015.

Foto Manuela Giusto

Foto Manuela Giusto

Piove. Piove sul velluto rosso delle poltroncine della platea, nei palchetti e sulle teste degli spettatori ammutoliti, mentre il sipario resta ancora chiuso, attenti ad ascoltare, in silenzio, il rumore dell’incedere dell’acqua. A questo sottofondo si aggiunge una flebile voce che intona una canzone: “Ricordare è come un po’ morire […] perché tutto ritorna anche se non vuoi”. È un giovane uomo a canticchiare, ha una torcia in mano e si muove all’interno di una stanza buia, illuminandone le pareti per leggere i nomi delle persone che sono passate da lì e che hanno inciso, come un graffito, la loro firma, la loro presenza. Di colpo, la delicatezza di questa intima scena è interrotta dalla concitata immagine di alcuni corpi che lottano sotto una cascata di pioggia incalzante. È stato catturato un uomo mentre correva nel bosco. Chi è? Perché è stato fermato? Quale reato ha commesso? Sono queste le domande da cui inizia a prender forma il thriller psicologico diretto, al cinema, da Giuseppe Tornatore e nella sua versione teatrale da Glauco Mauri.
Una pura formalità è il dramma del ricordo. I dialoghi originali del regista di Bagheria e di Pascal Quignard tratteggiano un corto circuito mentale in cui il tempo della memoria è sospeso. Dopo vent’anni dall’uscita del film, quest’atmosfera è riportata sui palcoscenici teatrali dalla Compagnia Mauri-Sturno.

Foto Manuela Giusto

Foto Manuela Giusto

Sin dalla scenografia di Giuliano Spinelli si ha l’impressione di essere ingabbiati dentro un commissariato-scatola. L’irregolarità delle geometrie con cui è disegnata la scena rievoca la stanza dell’illusione ottica di Ames. Forse questo riferimento non è poi così casuale se si tiene conto che è necessario creare un inganno, una percezione illusoria nel pubblico, il quale deve presagire di trovarsi in un luogo altro, ma non intuire da subito la dimensione in cui sta per essere catapultato. Inoltre a scandire lo straniamento dell’uomo, ci sono le invisibili lancette di un orologio, una  mancanza che è simbolo inconscio della relatività del tempo e dello spazio. A corredo del clima di precarietà ed instabilità emozionale creatosi, concorrono anche i costumi di Irene Monti e le musiche di Germano Mazzocchetti.
Ogni aspetto è curato per esaltare il testo che vive della potenza attoriale dei due maestri. Roberto Sturno è Onoff o per meglio dire Biagio Febbraio, insomma il malcapitato scrittore la cui colpa è tutta da scoprire. L’interprete è intenso e vero, e si contrappone in un vivace duello verbale ad un sarcastico commissario di provincia, che si fa beffa di lui. Nel ruolo di un inquisitore severo, a tratti, capace di un tenero imbarazzo quando svela di essere un grande estimatore dei romanzi dell’ostaggio che è costretto ad interrogare, Glauco Mauri è impeccabile in ogni modulazione della voce e in ogni suo gesto. La lezione magistrale impartita dai due artisti è ineccepibile, per chi è seduto in sala e anche per gli altri attori sul palco (Giuseppe Nitti, Amedeo D’Amico, Paolo Benvenuto Vezzoso, Marco Fiore).

Foto Manuela Giusto

Foto Manuela Giusto

In questo enigma il quid irrisolto è il nome dell’assassinato. Onoff ricostruisce a poco poco la sua vita, attraverso le fotografie, stralci di un passato che riaffiora, in un’indagine a ritroso che punta al disvelamento della verità e all’accettazione dell’inevitabile. “Fin quando non si metterà d’accordo con la sua memoria non uscirà da qui”, ecco le parole del commissario, ecco la  condanna dello scrittore, il prezzo della libertà-fuga da quel soffocante limbo della mente.
Rivolto ad uno spiccato senso estetico di grande eleganza e ad una visione realistica della narrazione è l’intero impianto registico, mentre la messinscena operata da Mauri è pedissequamente fedele alla versione cinematografica. Se da un lato quest’ultima caratteristica ha rappresentato il punto forte della pièce, permettendo, in tal modo, che venisse interamente restituita la bellezza e la forza della scrittura, d’altro canto è stata, allo steso tempo, il suo punto debole. Il teatro non ha in sé il linguaggio del montaggio alternato su cui è costruita la tensione del precedente filmico. Lì, pur restando quasi sempre nel recinto di un unico ambiente, la doverosa discesa agli inferi, condotta per conquistare la rinascita della propria  anima, è pregna di angoscia e i salti cognitivi prodotti dalle visioni e dalle inquadrature consentono di non appesantire il mancato dinamismo tra i quadri, che in teatro, invece, è stato tradotto con una linearità troppo esplicita ed evidente, a discapito di un coinvolgimento più sentito da parte degli astanti. A ragione, però non si può pensare ad una superficiale valutazione da parte di Mauri, ma piuttosto ad una rigida scelta e a una precisa volontà registica di non tradire l’originale, a costo di non tradurlo in un nuovo codice.

Antonella D’Arco

Teatro Bellini
Via Conte di Ruvo, 14- Napoli
Info e prenotazioni: 081 549 12 66 – botteghino@teatrobellini.it – www.teatrobellini.it
Orari spettacoli: mart/giov/ven/sab h. 21:00 – merc/sab/dom h. 17:30
Prezzi biglietti: da euro 12,00 a euro 30,00

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