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Ambra Angiolini presta voce e corpo ad uno dei personaggi più irriverenti e poetici nati dalla fantasiosa penna di Stefano Benni. La scrittura dell’autore bolognese rivive nell’onirica regia di Giorgio Gallione che porta in scena il suo spettacolo al Teatro Nuovo di Napoli, da mercoledì 18 a domenica 22 marzo 2015. 

Fonte foto Ufficio stampa

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Il bagliore di una scena bianca, nitida, arricchita nel suo candore soltanto da pochi oggetti sul palco, incornicia i ricordi di una figura eterea, anch’essa di bianco vestita che, con dolcezza, culla un fascio di luci al neon, quasi fosse un neonato. La narrazione del prologo riguarda infatti una nascita, la nascita di Vu, “la bambina più bella del mondo”, accolta trionfalmente come un miracolo, nell’asetticità di quella camera d’ospedale che la scenografia di Guido Fiorato e le luci di Aldo Mantovani sono state giuste nel delineare.
La corsa affannosa di Vu bambina, entusiasta e curiosa, in sella al suo triciclo rosso, è bruscamente interrotta da un automobilista che la strattona. Ecco, il dramma è disvelato. Quell’episodio, apparentemente insignificante, ha fatto sì, invece, che lei perdesse la fiducia nel mondo, un mondo che da allora cerca, prepotentemente, di sottrarle la sua libertà. Ha inizio così la profonda e, al tempo stesso, ironica confessione della donna, colpita da un dichiarato e consapevole squilibrio mentale, patologia che si scoprirà esser contagiosa per ogni individuo che non si riconosce nei canoni dell’omologazione sociale. Neanche il calmadol, psicofarmaco largamente abusato dal 58% degli italiani e sua unica consolazione, riesce a calmare gli improvvisi sbalzi d’umore e il malessere angosciante che attanaglia il cuore di Vu. E allora lei, in veste di analista di se stessa, decide di percorrere la strada del racconto-monologo sincero, ad un pubblico che è attentissimo nell’ascoltarla. In questo le musiche di Paolo Silvestri sono quanto mai adatte ad accompagnare il personaggio e a creare le varie atmosfere e i diversi repentini cambi di stati d’animo che la scrittura surreale, fantastica e irriverente di Stefano Benni regalano.

È innegabile, Vu è affetta da nevrosi, ma le sue idee sulle relazioni interpersonali, sul significato di pietà, sull’impossibilità da parte dell’uomo di non fare e farsi la guerra e sulle dinamiche perverse che regolamentano la politica, appaiono pensieri solidi, macigni pesanti di una lucidità che sconvolge e fa riflettere per il suo disincanto. Quella giovane donna dall’aspetto gracile serba dentro una forza e una determinazione che Ambra Angiolini esprime fino in fondo, anche nella sua commozione, durante i ringraziamenti. La prova dell’attrice è notevole e restituisce disciplina e verità alla protagonista tragicomica e pregna di sfumature di Teatro. Disperata, ambivalente e straniante nella sua tenerezza, Vu è alla ricerca ossessiva di qualcosa, il quid di cui avverte l’ingombrante mancanza. “Perdere è il sentimento del tempo” come lei stessa rammenta e col passar degli anni lei ha perso tanto. Ha perso “pezzi” della sua vita, pezzi che adesso qualcuno, un nemico invisibile ma sempre molto presente nella sua mente, cerca di montare sul suo corpo, come più gli piace, quasi come se stesse aggiustando un giocattolo dal marchingegno difettoso.
Potrebbe darsi che ciò che le manca è il nonno Wilfredo? E cioè quel senso di famiglia, negato a partire dai genitori, che il vecchio personifica? Oppure l’amore? Il suo Wolmer, col quale condivideva ormai solo le statistiche e  i calcoli sulla fine della loro relazione. O ancora Wilma? Sua compagna di scuola ed emblema dell’amicizia. E perché non Walter Walterino? Il coniglietto, amico immaginario, forse no, unico pensiero felice di un’infanzia che si presagisce non esser stata serena.

Fonte foto Ufficio stampa

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Quattro elementi, quattro simulacri, quattro Vu doppio, ognuno probabile candidato ad essere la metà di quella ragazza che in essi cerca il completamento della propria identità e del proprio nome per giungere alla perfezione di un’unione, fino a quel momento, solo agognata.
Sul palco, l’arguta metafora del testo attualissimo e simbolico, onirico e reale, è tradotta dal regista, Giorgio Gallione, con il gioco tra l’interprete e alcuni pupazzi a forma di coniglio. Lei li sposta, ci parla e li colpisce. Essi sono, in una blasfema e intima idolatria, le immagini dei quattro protagonisti delle sue memorie, schierati in fila davanti alla platea, tutti tranne uno. È il numero cinque che cade, sconfitto, e a lui sembrano rivolgersi gli occhi compassionevoli di Vu, come se quel peluche fosse la proiezione della sua ombra infantile e della sua innocenza lontana.
Da ora quell’incubatrice che ha fatto da anticamera alla morte di un’anima, in attesa della sua rinascita, e che descrive il perimetro del palcoscenico, si trasforma allusivamente in un giardino. La poesia di Benni disegna un luogo altro di una dimensione ignota, sospesa tra passato e futuro, dove Vu è immersa e ci cammina, e “mentre” ci cammina “dentro i colori del” suo “vestito cambiano”, tra i rovi e l’erba alta, fin quando non incontra la dea, una divinità talmente umana da avere il suo stesso sguardo. Così Vu che ha già sulle spalle qualche luce al neon, ne prende altre in grembo, come nella prima scena. La luce è il simbolo della sua vittoria. Il bianco, insistentemente riproposto durante la messinscena, non è assenza di colori, poiché per sua natura li contiene tutti in sé, e bianco è il vestito di questa nuova supereroina che ha riconquistato il suo triciclo rosso, la sua libertà infranta, il pezzo che le mancava per scrivere Vu doppio su un’enorme insegna luminosa, neanche a dirlo rossa, e a tratti fumettistica per non tradire lo spirito e la verve dell’autore.

 Antonella D’Arco

Teatro Nuovo
Via Montecalvario, 16 – Napoli
Info e prenotazioni: 0814976267 – botteghino@teatronuovonapoli.it
Orari spettacoli: ore 21.00 (feriali), ore 18.30 (domenica

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