Manlio Boutique

Vincitore del Premio In-Box 2014, il testo di Malorni e Amendola da storia individuale si fa collettiva e confrontandosi con lo spettatore su un’urgenza tragica e reale racconta di speranze e possibilità.

Foto Cesare Abbate

Foto Cesare Abbate

È un diluvio di parole, verità, speranze rincorse e disilluse quello che inonda il palco del Piccolo Bellini a Napoli che, dal 17 al 19 marzo, ha visto in scena Valerio Malorni in un lungo monologo scritto dallo stesso attore (che ne cura anche la regia) insieme con Simone Amendola.
Moderno Noè in cerca di salvezza dalla crisi sociale, culturale, teatrale, lavorativa che incombe, Malorni è la voce di se stesso, come uomo, come padre, come artista, che a sua volta sia fa paradigma di una condizione che non è solo personale ma assume carattere generale: quella, appunto, di chi è costretto a restare a galla nella vita così come nel lavoro e non esclude, pertanto, di dover fuggire, in un altro Paese, in cerca di una nuova dignità e identità.
Non è un caso, dunque, che in scena il protagonista scelga di leggere brani tratti da una guida, Tutti a Berlino. Guida pratica per italiani in fuga, in cui vizi e virtù della capitale della Germania vengono elencati per preparare (o forse spaventare) chi stia scegliendo di trasferirvisi, assecondando una migrazione  verso l’Europa dal sapore sarcastico in un tempo in cui è l’Italia, piuttosto, ad essere approdo per tanti immigrati che scappano via dalle loro patrie devastate dalla guerra.

All’interno di una scenografia scarna, in cui a primeggiare è la sagoma di una grande barca, ma anche di una grande vasca, quella del bagno di casa, riproposizione in scala minore e ribaltata, della più famosa arca biblica, sospesa come sospese sono le esistenze raccontate, Malorni si muove con frenesia, talvolta attraversando l’intera lunghezza del palco, talaltra fermandosi a leggere ad un leggio, o ancora scendendo tra il pubblico seduto in platea e coinvolgendolo (o meglio provando a coinvolgerlo vincendo le inevitabili ritrosie). E le sue parole, intanto, si mescolano alla musica , quella di Domenico Modugno ad esempio, che con Amara terra mia si fa nostalgico sottotesto, oppure alla registrazione di una voce che intuiamo sta provando ad apprendere le prime nozioni della lingua tedesca, o anche alle immagini, quelle delle strade e dei quartieri berlinesi, proiettate sul fondo, in una miscellanea di forme espressive che uniscono teatro e documentario. Immaginazione e attualità, finzione e presente.

Foto Cesare Abbate

Foto Cesare Abbate

Sono del resto legati al cinema del reale e all’impegno in ambito sociale sia Amendola che Malorni, e intriso di umanità e verismo è il testo che firmano, lasciando che a esasperarne le malinconie sia la interpretazione emozionata ed emozionante di quest’ultimo che immediatamente cattura l’attenzione della platea non lasciando mai che il filo immaginario teso tra lui e chi è dall’altro lato si spezzi, ma piuttosto leghi chi parla e chi ascolta, chi si muove e chi resta fermo, in un indissolubile nodo, una struggente empatia, che tenga insieme i pezzi, le illusioni, le forze. E le traduca in àncora di salvataggio, in energia trainante verso nuove sponde, “in cerca di una nuova fertilità”. Di una nuova creatività, intesa qui come attitudine ad adeguarsi alla circostanze e capacità a che le circostanze si adattino a sé: la stessa da cui ha preso le mosse lo spettacolo che, nella seconda parte del viaggio esistenziale di cui si fa strumento, ripercorre le tappe dell’allontanamento dall’Italia e le scelte per le quali si è giunti a questa messinscena (che è fuori e dentro la dimensione teatrale al contempo), fino a contemplarne il debutto all’interno dell’Istituto italiano di cultura a Berlino, l’adrenalina e la paura che l’accompagnarono, e l’applauso finale, convinto e grato, dei presenti. Non mancando di ritagliare un ruolo importante, salvifico –potremmo dire – per il protagonista, alla figura di un non meglio identificato critico teatrale, la cui recensione, rigorosamente in tedesco, e ulteriore snodo dell’evoluzione che, condotti per mano, stiamo cavalcando dall’inizio insieme all’autore identificandoci in essa, viene fatta leggere ad uno spettatore scelto a caso e diventa per l’attore – persona e personaggio – metafora della rinascita attesa. Riflesso della propria arte, che poi è il proprio lavoro, che rende tangibile, concreto, regala consistenza ad un Io che aveva perso i contorni. Un Io tradotto in Noi che chiedeva solo di essere salvato, accolto, raccolto dal diluvio, e lo chiedeva alla propria, personale, capacità resiliente ma anche alla sensibilità di chi accettasse di porsi – così come è accaduto – nella condizione di prestare attenzione a quell’ “anima in movimento”, in grado di evidenziare, per converso, la immobilità altrui e di sollecitarne di nuovo il moto. Di idee, auspici e desideri.

Ileana Bonadies

Piccolo Bellini
via Conte di Ruvo 14 – Napoli
contatti: http://www.teatrobellini.it/

Print Friendly

Manlio Boutique