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Sala Ichòs, Gea Martire balla sulle sensuali note dello spettacolo scritto da lei insieme ad Antonio Capuano, che è anche regista della pièce, tra ironia e introspezione.

Foto Scene&Suoni

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È il piccolo spazio di San Giovanni a Teduccio, sempre attento al teatro di nuova drammaturgia, a ospitare l’attrice napoletana e il regista Antonio Capuano. Vulio, scritto a quattro mani, è il racconto e insieme la confessione di una donna che, arrivata sulla cinquantina si trova a fare i conti con sé stessa e col mondo che la giudica.
Maria Immacolata amava andare a scuola e leggere. La lettura era l’unico modo per sentirsi libera e fuggire da una zia assillante, pedante e bigottamente devota che l’aveva presa in casa e cresciuta come fosse una figlia. Zia Angelina infatti non avrebbe desiderato altro da Immacolata se non che trovasse un lavoro, conducesse una vita morigerata senza alcun disordine o distrazione, ma soprattutto che andasse ogni giorno in chiesa, per pregare ed accrescere così la forza dello spirito. Già, lo spirito, un’oscura entità per la dirompente ragazza che a diciassette anni, conosciuto l’amore e i piaceri della carne, aveva deciso di percorrere tutt’altra strada.

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È proprio il contrasto tra l’anima e il corpo che sottende all’intera scrittura, la quale si snoda con ironia e comicità, non sottraendosi, però, a momenti di più introspettiva verità del personaggio. Gea Martire, unica protagonista in scena, è capace di attraversare tutti i registri e le tonalità che prevede il testo. Con forza e sincerità trascina sul palco una carrellata di ruoli, suoi compagni nello svolgersi della messinscena: don Peppino, “la tedesca”, i coniugi Piscopo, le cognate Matilde e Sofia, l’esuberante allieva della maestra Giovanna e via dicendo fino a mostrare tutti i molteplici volti dell’ interprete.
L’incontro con tutta questa multiforme umanità rappresentata, evocata, e raccontata avviene allorquando Maria Immacolata decide d’intraprendere un salvifico viaggio verso Lourdes, come dama di carità. In realtà più che di una libera scelta, a spingere la donna verso il pellegrinaggio, è il senso di colpa asfissiante per aver mancato un giuramento, al capezzale dell’anziana zia che le aveva chiesto di recarsi al santuario per chieder perdono della sua esistenza dissoluta e cercare la redenzione.
Il percorso si rivela pieno di accidenti, intoppi, ingorghi comici in cui il pubblico si riconosce e si diverte. Qui, se da un lato la regia lineare di Capuano asseconda ed evidenzia la verve dell’attrice che crea oggetti, situazioni e luoghi  utilizzando i pochi espedienti scenici presenti, dall’altro soffre di  una certa lungaggine che non ha giovato all’equilibrio dell’intero spettacolo.
Nel cuore della donna però qualcosa sta cambiando. “La fodera del suo corpo”, come zia Angelina era solita definire lo spirito, sta assumendo un nuovo colore. Maria Immacolata, che profeticamente porta il nome della Vergine, vuole esser diversa, vuole trovare la sua utilità. Non è in grado di aiutare il prossimo, non è in grado di assistere gli infermi eppure anche lei ha una dono da rivelare, così come aveva fatto la Madre per eccellenza, offrendo agli uomini suo Figlio. E questo suo dono è il piacere, di natura estremamente carnale, che compie il miracolo di salvezza. Sebbene il suo gesto corrisponde alla sua condanna, in terra,  l’estrema umanità palesata nel totale ed intimo abbandono di sé agli altri, è accolto da una luce divina e surreale, sulle note di un sensualissimo tango di Carlos Gardel, a ricordare che il vero miracolo è regalare un attimo di felicità a chi sa di non poterla nemmeno sognare.

Antonella D’Arco

Sala Ichòs
via Principe di Sannicandro 32/A – San Giovanni a Teduccio (Napoli)
Info e prenotazioni: 081275945; 33576525240
Orari- spettacoli: feriali ore 21:00; domenica ore 19:00

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