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Quando il teatro è un istintivo respiro d’emozione: Davide Gagliardini, Sara Putignano e Massimiliano Farau raccontano la contemporaneità del testo di Duncan Macmillan (parlando di se stessi).

Davide Gagliardini e Sara Putignano. Foto M. Giusto

Davide Gagliardini e Sara Putignano.
Foto M. Giusto

In scena al Teatro dell’Orologio di Roma fino a domenica 29 marzo, abbiamo incontrato gli attori e il regista della commedia scritta dal giovane autore inglese (qui la recensione), e spaziando dalla finzione del palcoscenico alla realtà della vita, durante una lunga e piacevole chiacchierata, ecco cosa ci hanno regalato di se stessi e del loro mestiere di artisti:
Che rapporto avete con il testo e con i vostri personaggi?
Sara: Lo vivo come una specie di dono, perché avere la possibilità di affrontare un testo così meravigliosamente complesso è un’esperienza che ogni sera mi emoziona e mi obbliga ad abbandonarmi, necessariamente, a quello che succede in quel momento.
A volte c’è la paura di non riuscire a restituire un’emozione, che è poi la cosa principale di questo spettacolo. Poi, però, ogni volta scopro di quanto la scrittura e il tempo della scrittura siano così toccanti ed efficaci che non puoi non abbandonarti. È un dono perché ti permette di accogliere la grandissima capacità di ascolto del linguaggio parlato che ha Duncan Macmillan, e, ricostruendo artificialmente quella naturalezza così precisa, non può che regalare un grandissimo effetto di facilità interpretativa.
L’approccio al personaggio è avvenuto unendo tutti questi elementi in un’unica vita. In questo spettacolo non si possono analizzare singoli momenti, perché è un flusso continuo. Io lo visualizzo come una specie di onda che decide come attraversarmi, e lo fa sempre in maniera forte e sfuggente, tutto basato su un rapporto presente e concreto che non può mai essere uguale. Un flusso che parte e inevitabilmente prende delle pieghe, si trasforma: è difficile da spiegare ma molto facile da vivere.
Davide: È come se fosse venuto giù dall’alto. Per delle coincidenze particolari, mi ero informato su questo testo e sulla volontà di Massimiliano di metterlo in scena. Poi, mesi dopo, è stato lui a propormi di lavorare su questo testo.
Con il personaggio trovo automaticamente un’aderenza perché è universale ma non qualunquistico, è aperto a tutti ma mai banale: merito anche della traduzione italiana che consente sfumature più ricche rispetto all’inglese. C’è una magica commistione tra scrittura e regia: la prima cosa che mi viene in mente, nell’approccio con il testo, è “semplice, non facile”. È stato molto semplice, dall’inizio. Non ci sono stati mai dei dubbi, delle frizioni: il flusso è cominciato dall’inizio. A volte lavori per crearlo questo flusso, qui, invece, è come se si fosse creato da solo. Ovviamente noi ci abbiamo messo del nostro nell’interpretarlo, però è così: il testo t’investe, poi sta a te saperlo cogliere.

Massimiliano Farau, questa è la seconda regia di un testo di Macmillan, dopo “Monster” del 2008. Che rapporto ti lega all’autore?
Massimiliano: Ero al National Theatre di Londra e stavo cercando un testo nuovo che fosse giusto per me. Ho visto che c’era questo testo di Duncan Macmillan tra le novità: lo apro e vedo la didascalia iniziale che diceva che non c’erano scene, attrezzeria, mobili. Solo un uomo, una donna e il loro rapporto. L’ho letto, l’ho divorato ed è stata un’illuminazione, una commozione. Quello che mi ha colpito rispetto a Monster, più tradizionale drammaturgicamente, sempre sul tema tra vita privata e responsabilità civile, sui limiti tra la protezione del proprio privato e l’impegno nella società, è che qui la componente formale del testo imita il parlato, con la possibilità, come facciamo nella vita, di correggersi in corsa: è tutto basato su questo continuo dialogo e processo decisionale. Per Macmillan, il teatro è un processo decisionale del tema che lo interessa, al di là dei personaggi. Questo ha per me grande risonanza perché mi interessa lo spazio tra i soggetti, tra due portatori di specifici valori di senso, con i quali devi negoziare continuamente.
A differenza di Monster, è un testo che va nelle radici e, ancora, adesso, rivedendolo, delle volte vengo risucchiato dentro come se non sapessi la storia, come se fosse sempre la prima volta, ogni volta assorbito da questo flusso che ti racconta la vita, la difficoltà delle nostre generazioni di identificare la capacità di amare il partner, il mondo, gli altri; la paura di amare, di diventare adulti e di confrontarsi. Questo è il tema più forte che sento.

Massimiliano Farau

Massimiliano Farau

C’è una sintonia forte tra voi. E c’è una presenza registica che vi “protegge” e nello stesso tempo vi responsabilizza…
Davide: … è un grande insegnamento. A prescindere da ciò che si riesce a fare durante la performance, sento due insegnamenti fondamentali: uno, di’ la prima immagine. Poi tutto il resto viene, non ti preoccupare di rappresentare per forza tutto. Questo è un grande insegnamento perché è insieme deresponsabilizzante e responsabilizzante, perché ti senti rilassato e in tensione allo stesso tempo. Secondo, l’emozione sta in mezzo, sempre. E quando sta in mezzo, si vede e viene fuori tutto il suo significato. In fondo, è come se fosse un po’ un bambino.
Massimiliano: Se il tema è quello della difficoltà di diventare adulti, la volontà da parte mia è quella di evitare una malattia del teatro italiano che è quella di instaurare un rapporto attore-regista come tra padre e figlio, per cui il regista diventa una specie di autorità genitoriale che premia, punisce e vuole che sia eseguita la sua volontà in modo più o meno tirannico. Invece, quello che provo a realizzare, anche con gli studenti, è che loro non stiano lì per compiacere me o per realizzare le mie fantasie, spersonalizzandosi o mettendosi a servizio delle mie elucubrazioni. Stiamo lì, insieme, per interrogarci sul senso di questo testo; siamo due professionalità che si confrontano per farlo respirare e portarlo alla vita. Per me è l’unica maniera attraverso la quale gli attori si mettono in gioco in piena responsabilità, coinvolgendosi senza agire per delega. E loro si buttano dentro con una generosità smisurata.

Due personaggi vostri coetanei che parlano di genitorialità. Come avete affrontato, da trentenni di oggi, questo loro desiderio “angosciato”?
Sara: È un testo che parla proprio a noi, come generazione, innanzitutto. Quindi mi sento portatrice di un mondo, cosa che è molto difficile da fare oggi, perché, in genere, la maggior parte dei testi che ho avuto l’opportunità di mettere in scena appartengono al passato. Avere la possibilità di poter parlare non solo con un linguaggio di oggi ma, soprattutto, essere portavoce di una generazione è bellissimo. Come vedere il pubblico contento perché sente di avere una voce: quella della crisi che esiste oggi, quella di una generazione che ormai si è sballata, e ritrovarla a teatro ci fa sentire un po’ meno soli di fronte a questa grande ansia. Quando guardiamo qualcosa, e come se ne vedessimo l’esistenza, e allora non rimane più un problema nostro come singole, persone perché ci sentiamo parte di una generazione, di un mondo: questa è la bellezza della scrittura contemporanea, quando cattura così bene degli elementi che fanno parte della vita che ci appartiene. Parla della nostra generazione e io non posso far altro che cercare di rappresentare questa importante voce.
Il figlio è l’argomento principale, ma non è il nucleo. Si parla sempre di questo figlio che attraversa tutto lo spettacolo, ma poi alla fine la cosa principale è la storia d’amore; come si sviluppa nei momenti di felicità e di dolore, di comprensione e d’incomprensione, nei vari momenti che l’amore può affrontare e subire; come s’incontrano e si allontanano, come si capiscono e non si capiscono, come il mondo maschile e femminile vivono determinati avvenimenti importanti come può essere un aborto. Sono universi molto diversi, e Duncan ne è consapevole, che s’incontrano in qualcosa, in questo caso un figlio.
Davide: Ho sentito per la prima volta delle persone parlare di “esorcizzazione” e “catarsi”, vedendo questo spettacolo. Questa è una gioia tremenda, significa che il problema diventa collettivo, significa che c’è uno specchiarsi, e questa è una cosa rara che noi abbiamo perso.
Un attore è venuto a vederci e parlava d’intrattenimento. Non sono d’accordo. Questo non è intrattenimento. Perché presuppone una passività e invece tu devi partecipare. Questa è la cosa rara, molto rara. Perché nessuno pensa, quando vede Riccardo III, “ah, se io fossi Riccardo III”. E, invece, dovrebbe essere abituato a pensare così, perché il teatro è questo. È nato così, poi si è imborghesito… Nelle generazioni giovani, io l’ho sentito. Ti senti parte di qualcosa di così vitale che, nonostante la coincidenza di età con i personaggi, anche tra quarant’anni troveremmo sicuramente una risonanza.
Anche il rapporto con il figlio, per la cura che mettiamo, per l’amore che già proiettiamo su di lui, è tipico della nostra generazione. A noi, ringraziando Dio, ce ne viene uno e, talvolta, nella peggiore delle ipotesi, può anche diventare un rilancio, un modo per alzare la posta nel rapporto: quando vedi che va sempre più giù, cerchi di rilanciare facendo questi grandi passi. Invece qui, secondo me, è più un percorso organico: non dobbiamo salvare un rapporto facendo un figlio, il che rende questa idea ancora più pura, come un miracolo, una cosa importante, sacra, da curare nei minimi particolari. È un modo molto intelligente di affrontare il tema.

Davide Gagliardini e Sara Putignano. Foto M. Giusto

Davide Gagliardini e Sara Putignano.
Foto M. Giusto

Parliamo di voi: quando e come avete incontrato il teatro?
Sara: Il momento in cui ho deciso di seguire il teatro non è legato a nessun avvenimento particolare, nessun momento epifanico. L’ho conosciuto molto tardi, a diciott’anni, ed è stato seguire un istinto più che una progettualità. Ho scoperto la mia determinazione nel fare quello che facevo solo dopo averlo fatto, non c’è stato un programma che ho seguito: questa è un po’ la mia filosofia di vita e quando mi stancherà, smetterò senza nessuna remora.
Sono entrata alla “Silvio d’Amico” dove mi sono diplomata con due saggi, uno con Valerio Binasco, l’altro con Luca Ronconi, con il quale è nato un bellissimo rapporto che è durato cinque anni di studio. Ho collaborato con diversi Stabili d’Italia, ho avuto esperienze cinematografiche, ma il teatro è sempre stato una costante e, con alcuni miei compagni di Accademia, ho fondato da un paio d’anni la Compagnia BluTeatro: siamo sempre in attività, e anche quando non veniamo scritturati, ci scritturiamo da soli.
Non so cosa farei senza teatro. Sicuramente sarei una persona molto infelice. Ho sempre incontrato la possibilità di fare quello che volevo fare, quindi mi reputo felice e molto fortunata. Per il momento mi tengo questa felicità, poi, domani, si vedrà.
Davide: ho cominciato a fare teatro al Liceo, in un laboratorio scolastico con Antonio Salines. Sono sempre stato uno molto timido con dei picchi di estroversione totale, e sono stato fortunato perché i miei insegnanti sono stati Antonio e Carlo Emilio Lerici, che mi hanno chiesto se volevo fare l’attore. Ho trovato Carlo Emilio che mi ha detto: “Vieni da me, al Teatro Belli”. Ho accettato, e ho fatto il tecnico, per cinque anni. Ma lì mi sono innamorato. Del palco, dei chiodi, delle corde, dei sistemi, delle stoffe, delle luci. E vedevo spettacoli, tanti.
Sono entrato in Accademia l’anno dopo Sara, ho incontrato tanti insegnanti esterni e diversi, ho lavorato con il Teatro di Roma, in TV, al cinema, ma il mio sogno è sempre stato quello di stare qui, salire tre scalini e sentirmi a casa mia. Io voglio abitare il teatro.
Ho ricominciato a fare il tecnico e vedo che, comunque vada, da qualsiasi parte prendo questo mestiere, mi piace. Posso passare diciotto ore a lavorare dentro un teatro senza fatica: è uno slancio. Non è stata una vocazione, ma un amore che è nato fisicamente, montando le scene, arrotolando i cavi, vedendo recitare, vedendo come gli altri vivevano la sacralità del posto. Perché questa è un po’ la nostra religione, la nostra messa. Soprattutto in un teatro piccolo dove, con tutte le difficoltà che ci sono, ti rendi conto del collante e della passione che c’è tra le persone.

Tra le vostre esperienze c’è il laboratorio con Luca Ronconi, recentemente scomparso. Cosa vi resta di lui a livello umano, oltre che professionale?
Davide: Faccio fatica a distinguere l’uomo dalla professionalità. Sono arrivato da lui con tante speranze che mi prendesse tra i suoi apostoli. Quindi, ho fatto l’errore di rapportarmi alle cose che diceva, nel bene e nel male, assolutizzandole, come fosse il giudizio divino, e questo mi ha creato delle difficoltà, mi ha fatto volare a otto metri da terra e otto metri sotto terra. Era una persona catalizzante, emanava una potenza quasi stregonesca, aveva una percezione del mondo lucidissima, e nel mio percorso con lui, anche travagliato, mi rimane l’autorevolezza che trasmetteva agli attori, che devono avere gli attori in scena. Poi, personalmente, mi ha levato l’ansia da prestazione, totalmente.
Sara: L’abbiamo incontrato nell’ultimo periodo della sua vita, in un momento in cui iniziava a permettersi di essere un po’ più fragile. Aveva una personalità complessa e talvolta difficile da raggiungere per chi vive i rapporti umani in un altro modo. Mi resta una grandissima riconoscenza: io devo, se non tutto, tanto a lui. È con lui che ho iniziato, è grazie a lui che si sono innescati in me una serie di meccanismi. Mi ha stimato e mi ha voluto bene da subito, e questo ha reso il nostro rapporto facile, perché non è per niente facile il rapporto con lui. Il nostro è stato di grande stima e fiducia ma, guardando gli altri, mi rendevo conto di quanto potesse essere anche pericoloso mentalmente, a volte. Mi resta la testimonianza di una passione per questo lavoro che non ha avuto limiti nel suo modo di esistere. Era una persona che lavorava senza reni, con un giorno sì e uno no di dialisi, a ottant’anni, senza bere un goccio d’acqua, e continuava a provare per ore e ore di seguito, con una grande volontà e passione. E, con la grandissima genialità che aveva nel leggere i testi, non ci ha insegnato solo delle cose, ma ha aperto in noi mondi incredibili, porte nel nostro cervello. Soprattutto, mi resta il ricordo di un uomo che ha vissuto per il teatro in un modo così totalizzante e geniale che, forse, devo ancora metabolizzare.

Nicole Jallin

Teatro dell’Orologio
Via dei Filippini, 17/a, Roma
orari: dal martedì al sabato ore 21.15 – domenica ore 17.45
Contatti: 06 687 5550 – www.teatroorologio.com/

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