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Attualmente interprete di Giacomo Casanova, in occasione del suo ritorno a Napoli lo abbiamo incontrato di persona per conversare di seduzione, teatro e dell’importanza della parola drammaturgica.

Foto Cesare Abbate

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L’appuntamento è alle 19:30, direttamente all’ingresso del teatro. Roberto Herlitzka arriva a piedi, con la moglie, e la sua figura naturalmente elegante, dai capelli bianchi scompigliati dal vento di una sera prossima alla primavera, pur se tutt’altro che appariscente, si staglia imponente all’interno del vicolo dei Quartieri Spagnoli napoletani dove ci troviamo. La sua stretta di mano è cordiale così come di una gentilezza rara il suo modo di porsi.
Di lì a poco vestirà i panni del leggendario seduttore veneziano, come riscritto da Ruggero Cappuccio per la regia di Nadia Baldi (qui la recensione), ma intanto che in sala si perfezionano gli ultimi accorgimenti – dopo il buon successo del debutto del giorno prima – ha accettato di dedicarci del tempo per raccontarsi e raccontare il suo personaggio.

Il Casanova che porta in scena è emblema di un personaggio ma prima di tutto di un uomo – alla fine della sua vita – in cerca della sua identità, della sua reale immagine non più distorta dalla sguardo altrui: una ricerca dalla forte attualità se rapportata ai nostri tempi…
Casanova – almeno nel nostro spettacolo – la propria identità la cerca con la memoria perché avendo trascorso gli ultimi anni della propria esistenza, ormai anziano, chiuso, quasi prigioniero, nel castello di Dux, in Boemia, dove faceva il bibliotecario ma veniva anche maltrattato, si è dedicato a redigere le proprie memorie scrivendone, pare, circa 7000 pagine, e in questa ricerca evidentemente ricostruisce anche la sua persona, ma non penso che lui dubitasse di una propria identità: questo è un problema di oggi, ma non credo che una tale incertezza esistenziale appartenesse anche a quei tempi.
Piuttosto, leggendo Il duello e Storia della mia fuga dai Piombi mi sembra fosse un uomo soprattutto alla ricerca di una libertà individuale, che in fondo è riuscito a mantenere nonostante tutte le ristrettezze in cui si è trovato.

Foto Cesare Abbate

Foto Cesare Abbate

Il suo personaggio afferma: «Non si diventa seduttori se non si è mai stai adeguatamente sedotti». Lei da cosa è stato sedotto nella sua lunga vita e carriera?
Certamente posso dire di essere stato sedotto dalle donne (sorride), come credo capita alla maggior parte di noi, ma soprattutto dall’arte di recitare, e in tal senso fondamentali sono state due figure che ho incontrato nel mio percorso: Laurence Olivier, attore inglese (NdR. Premio Oscar come Miglior attore per l’Amleto da lui stesso anche diretto e prodotto) che ho avuto modo di vedere e apprezzare nei numerosi film in cui ha recitato e che mi ha fatto sperare di divenire anche io un divo, e il mio maestro Orazio Costa al quale riconosco il merito di avermi insegnato in Accademia moltissime cose, e con il quale ho poi lavorato, facendomi innamorare in modo cosciente di questa Arte, che io chiamo così senza la presunzione di darsi un tono ma perché per fare un “arte” ci vuole ancora più umiltà che per fare un mestiere. Infine sono stato indubbiamente sedotto dalla poesia e dalla letteratura.

Don Chisciotte (2010), Il Soccombente (2012), Casanova sono alcuni dei progetti nati dal sodalizio artistico che lei ha stretto con Ruggero Cappuccio e Nadia Baldi: come nasce e quali le affinità su cui si poggia?
Edipo a Colono di Sofocle, prodotto dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, per la drammaturgia di Ruggero Cappuccio e Antonio Calenda che ne firmò anche la regia, ha rappresentato la prima occasione in cui abbiamo lavorato insieme. Da esso, successivamente, è stato tratto il monologo omonimo, scritto e diretto questa volta solo da Cappuccio, in cui recitavo tutte le parti come una sorta di burattinaio; poi è arrivato Ex Amleto, di cui sono stato interprete e regista, prodotto da Teatro Segreto; Lighea, rievocazione da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, adattamento e regia di Cappuccio e infine i tre spettacoli già nominati (NdR. qui la recensione de Il Soccombente).
Quali affinità? Cappuccio è uno dei pochi autori che scrive usando la lingua come una materia prima, come una essenza del teatro, mentre  molto spesso mi vengono proposti testi anche ben scritti, con personaggi credibili, che però sono semplicemente raccontati e non si compenetrano con la lingua. Se invece noi guardiamo gli autori che consideriamo classici, ci rendiamo conto che ciascuno di loro si è inventato un linguaggio, pensiamo ad esempio a Goldoni o a Pirandello. Il rischio, oggi, è confondere un testo teatrale con una sceneggiatura che va bene per un film dove la parola non è un elemento basilare, ma non per il teatro dove la parola è tutto.

Foto Cesare Abbate

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Rispetto ai ruoli che lei di volta in volta lei ricopre (tra gli ultimi quello di Pasolini su testo di Borgna per la regia di Calenda: qui la recensione), come si pone come attore e come persona?
Come persona mi domando se il testo che mi propongono mi piace oppure no. Se la risposta è affermativa significa che in quel testo c’è qualcosa che mi corrisponde, ma in generale non elaboro mentalmente i testi prima, piuttosto li affronto emozionalmente, fantasticamente, mai con la logica.
Come attore, invece, cerco dentro me stesso tutto quello che in qualche modo può assomigliare al personaggio che devo interpretare. Noi essere umani siamo composti da una tale infinità di aspetti che i personaggi teatrali non arrivano mai ad averne tanti quanti ne abbiamo noi e quindi è possibile riempirli con una parte di noi sebbene non sia detto che quella parte sia perfettamente corrispondente.
Ma la mia attenzione è soprattutto diretta alle parole: ecco perché penso che valga la pena lavorare solo su un testo che abbia una propria forza letteraria, non necessariamente aulica. È su quella che io poi mi esercito e a seconda del tipo di linguaggio mi adatto a suonare il mio strumento in modi diversi.

Il personaggio a cui è maggiormente legato?
Indubbiamente Amleto, che considero non un personaggio ma un essere che esiste. Mi spiego: tra i grandi personaggi teatrali come Otello, Re Lear, Edipo e Amleto la differenza che esiste tra loro sta nel fatto che i primi vivono in quanto centro della loro vicenda o tragedia, mentre Amleto è una persona che è capitata dentro una storia ma potremmo immaginarlo anche al di fuori di essa perché le cose che dice riguardano una sua personalità con la quale potrebbe parlare pure di altro, diversamente da Otello che diventa difficile immaginare in relazione ad altri contesti.

Ileana Bonadies

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