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In occasione della messinscena a Galleria Toledo di Troiane-Istruzioni per l’uso, dalla tragedia di Euripide al laboratorio di Henri Laborit, QuartaParete ha intervistato l’attrice protagonista e il regista. 

Fonte foto Ufficio stampa

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Aspettiamo solo pochi minuti ed ecco che Sara Bertelà esce dai camerini e ci raggiunge sul palco. Siamo a Galleria Toledo, dopo la prima di Troiane-istruzioni per l’uso (qui la recensione).I suoi occhi chiari e ancora lucidi per l’emozione vissuta poco prima e restituita al pubblico, sono bellissimi.
Cominciamo con lei, in compagnia del regista Roberto Tarasco, un’intervista-chiacchierata che, partendo da precise domande sullo spettacolo, finiscono per svelare la reciproca, personale visione sul teatro e sulla vita.

Il testo di Euripide è un classico, scritto nel 415 a.C.  Cosa vuol dire portare in scena l’antico, oggi, e quali sono le motivazioni che inducono a farlo?
Sara Bertelà: In realtà i classici sono eternamente contemporanei. Intendo i classici sia i greci, ma anche Shakespeare, cioè i veri autori, i grandi autori,  io li trovo estremamente contemporanei. E questo spettacolo è l’emblema di questo pensiero. Dal punto di vista dell’attorialità c’è sicuramente il desiderio di far diventare queste parole vive, vibranti e significative per il pubblico. Io mi sento tramite tra ciò che è scritto e gli spettatori, come un ponte, come la linea di congiunzione tra ciò che rimarrebbe chiuso tra le pagine e il pubblico vivo. Nell’essere tramite poi c’è anche la curiosità profonda di vedere cosa  possono stimolare i grandi temi e come il mito possa ancora smuovere il pubblico di oggi.
Roberto Tarasco: Io penso che il senso profondo del teatro sia un rito collettivo, il ritrovarsi in molti per rivedere un atto irripetibile e capirne le origini.
Ma i classici come sono arrivati a noi? Sono arrivati perché qualcuno li ha scritti e li ha trascritti. Io penso che abbiano qualcosa di fondante, qualcosa di originario che è la ragione per cui sono giunti fino a noi, ma non con una linea diritta. A volte sono scomparsi per cinquecento anni e poi qualcuno li ha tirati fuori dal cassetto, appunto come il Va Pensiero per celebrare la vittoria della Prima Guerra Mondiale. È interessante la stratificazione di tutte queste cose.
Naturalmente per fare tutto questo ci vogliono delle attrici che abbiano un’esperienza classica e moderna,  come Sara. Qui a galleria Toledo lei ha recitato Pinter l’anno scorso in Una specie di Alaska. Inoltre è chiaro che questo è un lavoro molto vocale, di evocazione, in cui ci sono delle maschere foniche e per ogni personaggio lei ne ha costruito una legata ai caratteri di Laborit: Cassandra è qualcosa di esplosivo, “come un Maradona tanto per citare qualcosa di partenopeo”, Andromaca è completamente abbandonata e disfatta, Ecuba è la regina, è l’accettazione, mentre Elena invece è la via di fuga. Secondo Laborit l’arte della fuga è l’arte migliore per sopravvivere. In effetti Elena forse non se l’è mai passata troppo male rispetto a tutte le altre, bisogna dirselo, è crudo ma è la realtà da circa 3000 anni a questa parte.

Nella visione registica di Roberto Tarasco è inserito l’esperimento di Henri Laborit, che riguarda l’analisi dei comportamenti di fronte agli stimoli imposti dall’esterno. In un certo modo questo metodo ha consentito di vivisezionare e tipizzare le protagoniste da lei interpretate. In che misura questo studio è servito a lei, attrice, nella costruzione dei personaggi?
Sara Bertelà:  Ti dico un paradosso: la cosa che mi è servita di più per creare i personaggi è stata la musica che mi ha portato Roberto. Ovvero, tutte le cose che si sono dette, che sono razionali, si sono appoggiate su qualcosa di fisico, cioè sulla musica. Come ci sono le categorie delle reazioni, per ogni persona, ci sono anche i nostri modi di percepire le cose: auditivo, visivo e cinestetico. Il mio è sicuramente cinestetico. Quindi, una volta capita tutta la divisione dal punto di vista razionale, lui è stato straordinario nel propormi suggerimenti musicali che mi hanno evocato degli stati psicofisici e mi hanno aiutato immediatamente, in tempi spontanei, fisiologici e naturali, a far venire fuori una voce diversa e un comportamento diverso.
L’aspetto interessante della tragedia, poi, è anche il fatto che non sappiano come veniva messa in scena, probabilmente era cantata. La musica pertanto può essere estremamente evocativa, non solo perché può suggerire delle cose, ma anche perché ti fornisce l’abbandono.
Roberto Tarasco: Faccio un piccolo inciso su quello che Sara ha detto riguardo le musiche e i suoni, perché in realtà io prima di essere un regista sono uno scenofono e ho inventato la scenofonia, che non è esattamente la colonna sonora.  In teatro il suono è un elemento privilegiato, vale, secondo me, molto di più della scenografia perché ti crea un ambiente e l’interprete può abitare quell’ambiente mentre il pubblico non è nel vuoto assoluto. Infatti se metto il suono di una campana, il pubblico vede una campana, immagina un campanile e pensa immediatamente che c’è una chiesa. Questo perché oggi il teatro è lo spazio dell’evocazione. In proposito  faccio sempre il parallelo con quando hanno inventato la fotografia: fino ad un istante prima la pittura consisteva nel fare dei ritratti, ma poi in un attimo, con uno scatto, è riprodotto un ritratto, migliore di quello dipinto. Dunque la pittura figurativa non serve più a nulla? No, da quel momento in poi la pittura è diventata puramente emozionale. Ecco, forse il teatro anziché essere spettacolo, deve diventare qualcosa di più emozionale, di più evocativo, qualcosa che c’entra anche di più con la scuola. Il teatro deve avere una funzione pedagogica.
Del resto credo che spesso i testi contengano molte più cose di quelle che apparentemente vengono dette, pertanto, forse, se uno ci lavora sopra, trovando tutta una serie di link, torna a casa e gli viene voglia di comprare Troiane in libreria, ce ne sono di bellissime qui a Napoli.

Quattro eroine, quattro caratteri, quattro reazioni che disegnano altrettante donne: Ecuba-l’accettazione, Cassandra-la lotta, Andromaca-l’inibizione, Elena-la fuga. In quale di queste si riconosce Sara Bertelà, o possono essere tutti aspetti di un unico individuo?
Sara Bertelà:  Penso che mi appartengano tutte e quattro e che appartengano fondamentalmente tutte ad ogni individuo. Come dice infatti Laborit, quando uno di questi comportamenti diventa più regolare di altri allora abbiamo il nostro modo di agire. Nella mia vita credo di aver dovuto affrontare soprattutto la lotta. Invece la fuga non sento mi appartenga, anche se ne riconosco il valore e vorrei esser più capace di fuggire, perché a volte sarebbe più facile, affrontando meno le responsabilità e il peso delle cose. L’accettazione, che è quella di Ecuba, a cui riconosco una accezione attiva, per esempio in un rapporto d’amore, è una componente fondamentale per far crescere un rapporto, per farlo diventare l’esperienza di una vita, perché se quando c’è un problema si applica sempre la fuga, si hanno solo mille storie ma mai una grande storia. Da madre, poi, l’accettazione la comprendo ancora di più, perché, nel momento in cui hai la responsabilità meravigliosa di un figlio devi fare in modo di dargli il massimo della felicità e di non far ricadere su di lui il peso dei tuoi errori o delle tue illusioni. L’inibizione mi può essere capitata, a volte, forse nelle prime esperienze lavorative, quando magari posso aver subito la maggiore esperienza di un regista e quindi posso non essere riuscita ad esprimermi al massimo di quello che  avrei voluto, però non di frequente e certamente meno di altre.

La scrittura di Euripide è molto cara alla figura femminile, in Troiane ancor di più. Quanto spazio è dato alla donna nella drammaturgia e nel teatro contemporanei?
Sara Bertetà: Fausto Paravidino di cui ho fatto uno spettacolo ultimamente, Exit (con cui l’attrice ha vinto il Premio Le Maschere 2013), su quattro personaggi, ne mette in scena due femminili e due maschili, per cui è un autore abbastanza paritario. Poi c’è Laura Forti, Antonio Tarantino, bravissimo autore contemporaneo di Torino che ha rivisitato delle figure della tragedia, oltre a scrivere della De Gasperi e di Nilde Iotti, e ancora  Fosse, Danilo Macrì, col quale ho messo in scena, molti anni fa, per la regia di Binasco, Natalia, un testo meraviglioso su una donna genovese. Insomma non siamo nell’epoca di Shakespeare, in cui c’erano le donne, ma recitavano solo gli uomini…
Roberto Tarasco:  Io pensavo anche ad Emma Dante e Pina Bausch… ma consentitemi di esprimere una certa diffidenza nei confronti della definizione di “autore teatrale” che mi sembra più che altro un’invenzione novecentesca. Il teatro è una macchina fatta di luci, fatta di personaggi, è una macchina corale, quindi mi fa un po’ strano pensare che alcune cose, come la scrittura, vengano fatte da un’unica parte, separata dall’intero progetto.  Basta pensare a Shakespeare,  un autore che però viveva pienamente il teatro, o a Paravidino, che è anche attore e regista, così come Emma Dante. Il teatro è concreto, ha una forma molto artigianale e in questa sua forma si  ritrova la sua anima più profonda.

A concludere l’intervista è l’attrice di La Spezia. Il discorso sull’importanza della musica in teatro, le fa venire alla mente di quando, giovanissima, lavorò in una Elettra, per la regia di Massimo Castri. Fondamentale, in quel caso, per la creazione del suo personaggio, era stata una canzone, che lei intona per noi: un regalo, un intimo scampolo di memoria su un nastro, testimonianza dell’amore e della dedizione per il teatro che lei profonde insegnando ai giovani attori.

Antonella D’Arco

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