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L’opera più cupa di Harold Pinter rivive al Teatro Vascello di Roma nella regia attenta e scrupolosa di Peter Stein.

Fonte foto Ufficio stampa

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Tratto dall’opera del drammaturgo inglese Harold Pinter, Il ritorno a casa di Peter Stein – in tournée per l’Italia e con tappa al Teatro Vascello di Roma dal 24 al 29 marzo scorso nella coproduzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana e Spoleto56 Festival dei 2 Mondi – è una commedia dal ritmo incalzante, affidata ad una compagnia affiatata che, con sciabolate dialettiche interrotte da improvvisi silenzi e da sottili affondi di fioretto, catapulta il pubblico in un grottesco quadretto di famiglia, dove di familiare c’è ben poco.
«È forse il lavoro più cupo di Pinter, che tratta dei profondi pericoli insiti nelle relazioni umane e soprattutto nel rapporto precario tra i sessi» spiega Stein che nutriva il desiderio di mettere in scena l’opera, sin da quando, giovanissimo, aveva assistito alla sua prima rappresentazione, nel 1965 all’Aldwych Theatre di Londra, con la regia di Peter Hall.
La trama è apparentemente semplice e lineare: dopo anni di assenza, il figlio maggiore, che si è sposato all’insaputa dei genitori e vive negli Stati Uniti dove è un noto docente universitario, torna nella casa natia a Londra, per presentare la moglie al padre e ai fratelli.
L’irrompere della coppia sfascerà gli equilibri familiari, rivelando l’oscurità e complessità psicologica dei personaggi e le loro pulsioni sessuali compresse nei ruoli sociali.
I protagonisti sono sei: il padre Max (Paolo Graziosi), i suoi tre figli Lenny (Alessandro Averone), Joey (Antonio Tintis), Teddy (Andrea Nicolini), lo zio Sam (Elia Schilton) e Ruth, moglie di Teddy (Arianna Scommegna che per quest’opera ha vinto il premio UBU 2014 come miglior attrice).
Sono delineati a tinte forti, valorizzati dalla recitazione fluida ed empatica degli interpreti.
Il padre Max è un anziano ingobbito, in vestaglia e pantofole e dalla coppola british style; alterna toni burberi e scontrosi – enfatizzati dal bastone che brandisce in aria minaccioso – ad uscite stravaganti: apostrofa il fratello Sam con epiteti quali “canarino, verme”, si autodefinisce “lurido padre zozzo”, scaglia anatemi contro Ruth definendola “puttana/ raccattata per strada”(salvo poi cambiare radicalmente toni nei suoi confronti e farne mielosi elogi).
Il figlio Lenny è un dandy impertinente e sfrontato perennemente in posa, che parla in falsetto e suscita simpatia per l’ostentata eleganza kitsch (camicie rosa, eccentrici cappotti di pelliccia, vestaglie tigrate abbinate a pantaloni verde fluo).
Lo zio Sam è uno choffeur cerimonioso e gentile, dai movimenti minimi e misurati.
Ruth è l’ape regina della pièce: dopo aver generato tre figli, li abbandona oltreoceano per ridarsi alla vita mondana precedente al matrimonio; è uno dei personaggi più sfaccettati dell’opera: alterna movenze da esperta ammaliatrice – come quando allarga provocatoriamente le gambe o avvicina e respinge i suoi pretendenti – a momenti di durezza, come quando si impettisce nel cappotto chiuso fino al mento, a momenti di femminilità primitiva e animalesca ben resi dall’incupirsi della voce e dalla capigliatura scomposta sul volto.
Joey è l’impacciato e inebetito fratello minore, che si caccia le dita nel naso dinanzi a tutti con naturalezza e diverte lo spettatore per i suoi sforzi puntualmente frustrati: si allena da boxeur ma non sa né attaccare né difendersi, prova a farsi capire ma le parole gli restano in gola.
Infine c’è Teddy, il filosofo “orgoglio della famiglia”, chiuso in un mondo concettuale, incapace di reagire alle meschinità della vita come quando assiste impotente, limitandosi a stringere rabbiosamente un lembo del cappotto nel pugno di una mano, alla scena della moglie che si dà a turno ai suoi fratelli.

Fonte foto Ufficio stampa

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Tutti appaiono microcosmi di individualismo, tanto attenti ai dettagli esteriori (Lenny cura il vestire, Teddy lo studio, lo zio Sam il lavoro), quanto superficiali e glaciali nei sentimenti: non mostrano passioni ma istinti selvaggi.
Eppure, non lasciano indifferente lo spettatore, come spiega Stein nelle note di regia: «anche se pieni di caratteri insopportabili, quei personaggi sono nello stesso tempo anche commoventi. Penso proprio che Pinter abbia preso questa caratteristica da Cechov: anche lì i personaggi sono sempre degli illusi e velleitari, quasi patetici, ma è impossibile non commuoversi per loro, e per i loro irrealizzabili desideri.»
Di essi viene infatti fotografato lo sfarsi progressivo, quel «precipizio che sta sotto i discorsi di ogni giorno», come recita la motivazione che ha assegnato a Pinter il premio Nobel nel 2005. A stravolgere gli equilibri è, in particolare, Ruth che irrompe nell’universo di uomini apparentemente misogini. Di lei viene ben marcata l’evoluzione: da algida moglie trascinata controvoglia dal marito nella casa dei suoi, a prostituta scarmigliata in camicia da notte bianca che si concede ai fratelli del marito, infine, a donna tiranna che detta le condizioni contrattuali per rimanere a Londra, abdicando al suo ruolo di moglie e madre.
La regia è attenta, scrupolosa e fedele al testo pinteriano.
I costumi, il gesto, il movimento e le frasi degli attori sono curati nei minimi dettagli, come la scenografia: il cambio luci suggerisce il passaggio dal giorno alla notte e dagli interni domestici agli esterni; l’arredamento del salotto, dove si concentra la scena, è quello british anni Sessanta (una credenza a muro, la lampada con pianta al pavimento, il radiogrammofono) con una scala che conduce al piano di sopra, lasciando immaginare ulteriori spazi dove i personaggi si recano per ritrovare la loro intimità e così ricoprendo un ruolo ben preciso: serve a dar fiato alla claustrofobia del piano inferiore dove si concentrano i malumori e le offese reciproche. Ulteriore ruolo chiave è svolto da un altro elemento scenico: la poltrona in pelle su cui si alternano Max e Ruth ed assurge a metafora del potere, a trono delle due autorità, quella paterna conservatrice, e quella dell’eterno femminino rivoluzionario che ribalta i ruoli e da moglie obbediente che serve il the con dedizione, si fa donna indipendente che, con lo scettro della seduzione, finisce per domare un branco di uomini-sudditi che, prostrati letteralmente ai suoi piedi, implorano le sue attenzioni.

Elvira Sessa

Teatro Vascello
Via Giacinto Carini, n. 78 Roma
Contatti:  06 5881021 / 06 5898031 – http://www.teatrovascello.it/

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