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Lino Musella e Paolo Mazzarelli scrivono e dirigono La società. Tre atti di umana commedia, assurgendolo a simbolico spazio per raccontare ideali, sogni e libertà nei quali tutti sono chiamati a specchiarsi e riconoscersi.

Foto Cesare Abbate

Foto Cesare Abbate

L’ultima volta li avevamo incontrati in occasione della messinscena del loro spettacolo Figlidiunbruttodio e intervistandoli (clicca qui) circa il metodo di lavoro che li caratterizza come compagnia, Lino Musella e Paolo Mazzarelli ci avevano spiegato così ciò che distingue La società (Premio della Critica 2014, Premio Le Maschere del Teatro italiano 2014 a Musella quale “Miglior attore emergente”, andato in scena al Piccolo Bellini di Napoli dal 7 al 12 aprile), rispetto alle loro precedenti produzioni:  «In realtà il “metodo” è esattamente lo stesso. Pensiamo, inventiamo, scriviamo e dirigiamo in due il lavoro, proprio come all’inizio. Quello che è cambiato col tempo sono semmai due cose. Primo: da La società in poi, ci è venuta voglia di avere dei compagni di scena, e di provare ad allargare il gioco. Secondo: La società è il primo dei nostri lavori ad essere stato quasi completamente scritto prima dell’inizio delle prove. I primi tre partivano invece dal canovaccio, e avevano quanto meno alcune zone che lasciavano un piccolo margine all’improvvisazione».
E infatti a dividere con loro il palco sono Laura Graziosi e Fabio Monti, entrambi indiscutibili valori aggiunti della messinscena che è proprio intorno alla vicenda di tre amici e una donna straniera che si snoda per raccontare di amicizia, di scelte, di progetti da realizzare in comune ma anche di fallimenti e sconfitte, che prima ancora che materiali diventano il riflesso di crepe personali afferenti alla più profonda intimità di ciascuno.

Ambientato in un arco temporale ampio che in scena viene sintetizzato in tre quadri differenti – una modesta stanza addobbata per Natale (per riprodurre la quale viene usata solo la parte antistante del palco), il primo, nel quale ci vengono presentati i quattro personaggi e viene ripercorsa la nascita della società in affari grazie alla mediazione di un invisibile zio Melo, vero artefice degli sviluppi che si determineranno;  un ufficio (questa volta a tutto palco) all’interno del locale ricevuto in eredità, il secondo, collocato in un tempo successivo e luogo dell’acme della storia; il medesimo ufficio stavolta distrutto in cui si consuma l’epilogo, il terzo -, lo spettacolo è sin dal sottotitolo che esplicita la sua natura. “Tre atti di umana commedia”, esso recita ed è infatti su i termini “umana” e “commedia” che crediamo ci si debba soffermare per provare a raccontarlo quanto più fedelmente, pur se non del tutto onde evitare di consumare il piacere, ai futuri spettatori, di vivere attraverso i propri occhi la maturazione progressiva di un disagio che non disdegna il sorriso e le battute, per in verità farsi metafora di una condizione sofferente che è all’uomo e dell’uomo che intende parlare.
Del resto, unire tragico e comico in una medesima drammaturgia è una peculiarità del duo Musella-Mazzarelli a cui va riconosciuta con plauso la volontà/capacità di cercare il più possibile di rappresentare tutte le sfumature della realtà così come dell’essere umano, non temendo di rappresentarne anche le contraddizioni, gli aspetti morali più infimi così come le ingenuità in cui non è improbabile che ci si riconosca, dimostrando di essere curiosi osservatori di ciò che li circonda e di saper raccontare il presente senza sfociare nella sterile riproduzione di esso che prescinde dal mezzo usato, ma preservando sempre e comunque le regole del Teatro.

Foto Cesare Abbate

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È per questo che concordiamo sull’aggettivo “classico” usato nelle note di regia in merito al modello adottato per La società: perché presenti e opportunamente dosati sono gli elementi base su cui una trama deve poggiare per creare attesa, per indurre a entrare in sintonia con l’uno o l’altro personaggio in base alle corde della nostra coscienza che riesce a toccare, per creare quel conflitto che rappresenti il climax da cui poi abbia avvio la risoluzione in grado di «scuotere, emozionare, far riflettere» così come gli stessi autori/registi affermano.
Ed è per questo che se l’inizio sembra disorientare perché apparentemente non subito in grado di catturare chi osserva e portarlo nella storia, tra quei personaggi, in quella società lasciata come un monito, uno sprono a sapersi confrontare, allearsi, fare squadra, accattivante, trascinante diventa, poi, l’evoluzione immaginata e scritta per i quattro protagonisti, che si apre e acquista respiro, così come accade alla scenografia stessa, fino all’epilogo dirompente che arriva a riportare indietro nel tempo le lancette di un tempo che è oggi, ma potrebbe essere anche ieri, o domani.
Di un tempo che ha i nomi di Salvo, Luba, Ugo e Vittorio ma che potrebbe averne anche altri restando lo stesso, perché solo un pretesto, in realtà, per affrontare – attraverso una scrittura drammaturgica precisa,  in cui ogni battuta è funzionale allo scorrimento lineare dell’ingranaggio senza però che ciò ne pregiudichi la intrinseca poesia e liricità – condizioni, malesseri, difficoltà a capirsi e reciprocamente comprendersi caratterizzati da trasversalità e universalità.
Di un tempo che sembra portare allo stesso punto da cui si è partiti senza dunque che alcuna evoluzione si creda sia stata provocata e vissuta, ma in effetti custode di nuove consapevolezze, per i personaggi così come per gli spettatori che insieme a loro l’hanno attraversato, abitando per la durata di una rappresentazione, un luogo condiviso: quello in cui sogni e speranze possono crescere, respirare, rinascere dalle ceneri che il fuoco della disillusione avrebbe voluto infrangere, invano.

Ileana Bonadies

Piccolo Bellini
via Conte di Ruvo 14, Napoli
contatti: 081.5491266 –  http://www.teatrobellini.it/

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